
A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il mondo si trova a un bivio: mentre imprese, città e comunità accelerano la decarbonizzazione, la politica globale fatica a tenere il passo, intrappolata in cicli elettorali, conflitti e miopie economiche.
Un decennio di promesse e contraddizioni
Il nuovo rapporto della Deep Decarbonization Pathways Initiative (DDP) segna un punto di svolta nella storia delle politiche climatiche. Pubblicato nell’ottobre 2025, il documento analizza 21 Paesi e mostra come, nonostante l’accelerazione tecnologica e la spinta del settore privato, le emissioni globali continuino a crescere.
L’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato obiettivi ambiziosi: mantenere il riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2°C” rispetto ai livelli preindustriali, con l’obiettivo di limitarlo a 1,5°C. Un traguardo che, secondo il rapporto, si sta allontanando. Le emissioni aumentano, i governi oscillano tra impegni e ritirate, e la transizione procede a due velocità.
Henri Waisman, direttore della DDP Initiative, lo sintetizza così: «Le politiche nazionali sono spesso ambiziose sulla carta, ma restano scollegate da decisioni concrete. L’obiettivo ora è tradurre l’ambizione in azione».

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L’effetto Parigi: più consapevolezza, meno continuità
C’è, però, un risultato che l’Accordo di Parigi ha già prodotto: ha cambiato la percezione della transizione energetica.
Come spiega Emilio La Rovere, professore all’Università Federale di Rio de Janeiro, «Parigi ha convinto governi e aziende che la neutralità climatica non è un’utopia, ma una traiettoria inevitabile».
Il segnale è arrivato forte anche ai Paesi emergenti, che cercano di combinare sviluppo economico e decarbonizzazione. Ma le difficoltà politiche restano enormi.
«Le scoperte di nuove risorse di petrolio e gas in Brasile, ad esempio, mettono in discussione la coerenza tra crescita e sostenibilità», aggiunge La Rovere.
Negli Stati Uniti, invece, la situazione è ancora più complessa.
La sezione americana del rapporto, curata da Alicia Zhao del Center for Global Sustainability dell’Università del Maryland, parla di una politica “whipsawing”: un pendolo che oscilla tra progresso e regressione a ogni cambio di amministrazione.

Decarbonizzazione dal basso: città, stati e imprese in prima linea
Mentre la politica federale americana smonta parte delle sue politiche ambientali, stati, città e aziende continuano a guidare la transizione.
L’analisi della DDP Initiative stima che le azioni non federali potrebbero ridurre le emissioni di gas serra tra il 54% e il 62% entro il 2035, compensando buona parte dei tagli a livello nazionale.
Le metropoli — da New York a Los Angeles — stanno investendo in trasporti pubblici elettrici, efficienza energetica e rinnovabili. Le aziende tecnologiche, spinte dagli investitori, si impegnano verso bilanci a zero emissioni.
È una corsa frammentata, ma determinata: il cambiamento arriva da chi non può più aspettare.
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Il nodo politico: un multilateralismo fragile
Il rapporto evidenzia una verità scomoda: la governance climatica globale è fragile.
Le crisi geopolitiche, dal ritorno dei nazionalismi alle tensioni in Medio Oriente, hanno reso il multilateralismo più debole proprio quando servirebbe cooperazione.
Secondo Waisman, «l’Accordo di Parigi è stato costruito sulle decisioni dei singoli Paesi: il vero banco di prova è capire come ognuno di essi stia rimodellando la propria politica climatica».
Tuttavia, il rischio è che la visione collettiva si perda in un mosaico di strategie parziali, incapaci di incidere sull’insieme.
L’Europa, ad esempio, mantiene la rotta con il Green Deal, ma fatica a far rispettare gli obiettivi comuni. La Cina accelera sulle energie rinnovabili, ma resta il più grande emettitore mondiale. Gli Stati Uniti, dopo i tagli alle politiche di transizione, devono contare su iniziative private e locali per non perdere la leadership.

Dalla politica alla società: chi spinge davvero la transizione
Se la politica frena, la società corre.
Il movimento per la giustizia climatica, l’impegno delle imprese green e la pressione dei fondi etici stanno ridefinendo l’equilibrio dei poteri.
I mercati chiedono stabilità e coerenza, gli investitori vogliono certezze sulla direzione della transizione.
Il prossimo decennio sarà decisivo: serviranno nuove istituzioni, strumenti per risolvere conflitti sociali e industriali, e un approccio che colleghi la transizione ecologica al benessere collettivo.
Come conclude Waisman, «il decennio che ci attende non può essere solo quello delle promesse: deve essere quello dell’azione, del coraggio e della responsabilità condivisa».
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