
Il futuro di Gaza si gioca lontano dalle sue macerie. Francia e Arabia Saudita sostengono Mahmoud Abbas come figura di transizione, mentre gli Stati Uniti spingono sul nome di Tony Blair. In un contesto di occupazione israeliana e crisi politica palestinese, la sovranità rischia di trasformarsi in moneta di scambio tra potenze globali.
Gaza e la fragile leadership palestinese
Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha parlato alle Nazioni Unite il 25 settembre, ma lo ha fatto in videoconferenza da Ramallah: un dettaglio che riflette la precarietà della sua posizione. Da vent’anni alla guida dell’Autorità, Abbas gode di scarsa legittimità interna, con elezioni ferme dal 2005, accuse di corruzione e un consenso sempre più eroso da Hamas e dalla società civile.
Eppure, per la comunità internazionale, Abbas resta l’interlocutore meno problematico. Francia e Arabia Saudita lo vedono come l’unico leader con un residuo di legittimità per gestire una fase di transizione, nonostante la sua età avanzata e la sfiducia diffusa tra i palestinesi.

Gaza tra Blair e Abbas: soluzioni esterne in campo
Se da un lato Abbas viene sostenuto nel piano franco-saudita, dall’altro gli Stati Uniti lavorano a un’alternativa. Washington guarda a Tony Blair, ex premier britannico, che potrebbe guidare un’autorità di transizione a Gaza. Una scelta controversa: Blair porta con sé il peso del sostegno alla guerra in Iraq del 2003 e un’esperienza poco incisiva come inviato in Medio Oriente. La sua legittimità, soprattutto agli occhi dei palestinesi, è quasi nulla.
Il rischio evidente è che il dopoguerra di Gaza venga deciso più nelle capitali occidentali che nei territori palestinesi, alimentando la percezione di una sovranità espropriata.
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La sovranità palestinese come terreno negoziale
Il piano internazionale lascia intravedere una realtà amara: i destini di Gaza e della Cisgiordania sono trattati come dossier geopolitici più che come questioni di autodeterminazione. Israele respinge il ritorno dell’Autorità palestinese a Gaza, gli Stati Uniti valutano soluzioni “esterne”, e i leader più popolari, come Marwan Barghouti, restano in prigione.
In questo quadro, la società civile palestinese appare marginalizzata, e la prospettiva di elezioni libere sembra lontana. La sovranità palestinese diventa così un terreno negoziale tra attori esterni, ognuno con interessi strategici propri, dall’influenza regionale saudita alla ricerca europea di stabilità, fino alle priorità di sicurezza israeliane.

Prima della politica, la fine della guerra
Intanto, mentre si discute di piani di governance, Gaza continua a vivere una catastrofe quotidiana. La distruzione della Striscia, l’esodo di centinaia di migliaia di persone e le decine di vittime ogni giorno rendono secondario il dibattito istituzionale. Per i palestinesi, il vero nodo resta fermare la guerra, garantire assistenza e salvare vite, prima ancora di decidere chi governerà un territorio ridotto in macerie.
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