Tra geopolitica e realtà umanitaria

La visione di Trump sulla Palestina: la “New Gaza”

Il progetto “New Gaza” lanciato da Trump punta a ridisegnare la Striscia, ma tra sicurezza e condizioni umanitarie il divario tra visione e realtà resta profondo.

di Redazione di The Outline | Gennaio 25, 2026
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Negli ultimi mesi, immagini e concept generati dall’intelligenza artificiale hanno iniziato a circolare con insistenza, mostrando una Gaza futuristica fatta di grattacieli, viali sul mare e nuove infrastrutture. Una visione che ha smesso di essere solo suggestione digitale quando il piano è stato presentato ufficialmente al World Economic Forum di Davos, durante la firma del nuovo Board of Peace voluto da Donald Trump. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione completa della Striscia attraverso un “Master Plan” urbanistico che ripensa Gaza come polo residenziale, industriale e logistico.

Il Master Plan per Gaza

Le slide mostrate a Davos delineano una trasformazione radicale: una lunga linea di grattacieli affacciati sul Mediterraneo, nuove aree residenziali, distretti industriali, data center, parchi, infrastrutture agricole e sportive. Il progetto include anche la costruzione di un nuovo aeroporto e di un porto commerciale, oltre a un valico trilaterale tra Gaza, Israele ed Egitto. Lo sviluppo sarebbe articolato in fasi successive, partendo dal sud per risalire gradualmente verso Gaza City.

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Trump e il progetto “New Rafah”

Uno dei fulcri del piano è la ricostruzione di Rafah, ribattezzata “New Rafah”. L’area, oggi in gran parte distrutta e sotto controllo israeliano, dovrebbe ospitare oltre 100.000 unità abitative permanenti, 200 centri educativi e 75 strutture sanitarie. Prima della guerra, Rafah contava circa 280.000 abitanti. Secondo Jared Kushner, la ricostruzione potrebbe essere completata in due o tre anni, nonostante l’area sia stata teatro di alcuni degli episodi più gravi del conflitto.

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Sicurezza e demilitarizzazione: il nodo centrale

Il piano per la “New Gaza” poggia su una condizione ritenuta imprescindibile: la demilitarizzazione totale della Striscia. Secondo quanto dichiarato a Davos, Hamas avrebbe accettato un accordo di smilitarizzazione, senza la previsione di alternative. «Senza sicurezza nessuno investirà», è la linea ribadita più volte. Trump ha avvertito che la rinuncia alle armi è obbligatoria, mentre una fascia lungo i confini israeliano ed egiziano resterebbe una zona di sicurezza con presenza militare israeliana fino a nuova stabilizzazione.

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Chi governerà Gaza dopo la guerra

Il progetto prevede anche un nuovo assetto politico-amministrativo. La gestione della Striscia dovrebbe essere affidata a un governo palestinese tecnocratico, il National Committee for the Administration of Gaza (NCAG), con un coinvolgimento di Hamas limitato esclusivamente alla fase di demilitarizzazione. È prevista inoltre la riapertura del valico di Rafah con l’Egitto. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas chiede però il ritiro completo delle forze israeliane e un ruolo centrale dell’Autorità Palestinese nella futura amministrazione di Gaza.

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Tra i piani di Davos e la realtà sul terreno

Mentre a Davos si discute di skyline e investimenti, nella Striscia la situazione resta drammatica. Pioggia e vento hanno sradicato decine di tende, migliaia di persone vivono nei campi per sfollati e di notte le temperature scendono sotto lo zero. Ad al-Mawasi, la discarica è diventata una miniera improvvisata dove si scava a mani nude per recuperare plastica da bruciare. Amjad Shawa, direttore della rete delle ong palestinesi, ha dichiarato ad Al Jazeera che nessuno è stato consultato sui piani per il futuro di Gaza. Eman, residente nella Striscia, racconta di aver visto le slide di Kushner mentre, nello stesso giorno, si piangevano nuovi morti a est di Gaza City: «Mi sembra tutto irreale, qui le condizioni sono disastrose». Ha avviato un crowdfunding per fuggire, ma servono almeno 5.000 dollari a persona richiesti dalle agenzie egiziane.

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