Medio Oriente

Trump: «Per me il cessate il fuoco con l’Iran è finito». Tornano gli attacchi e cresce l’incertezza sui negoziati

Donald Trump dichiara concluso il cessate il fuoco con l’Iran, pur senza escludere nuovi negoziati. Intanto l’escalation militare nel Golfo Persico riaccende le tensioni tra Washington e Teheran

di Naomi Lanciano | Luglio 8, 2026
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Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sembra attraversare la fase più delicata dalla firma del pre-accordo di giugno. A riaccendere le tensioni sono state le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha affermato di considerare conclusa la tregua, pur senza escludere del tutto la prosecuzione dei negoziati. Le sue parole arrivano dopo una nuova escalation militare nel Golfo Persico, dove nelle ultime ore si sono susseguiti attacchi e contrattacchi tra le due parti.

A margine di un appuntamento della NATO, Trump ha dichiarato che, dal suo punto di vista, il cessate il fuoco «è finito» e di non voler «più avere a che fare» con la leadership iraniana. Dichiarazioni che, pur prive di annunci operativi immediati, alimentano l’incertezza sul futuro delle relazioni tra Washington e Teheran e sulla tenuta dell’intesa raggiunta appena poche settimane fa.

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Le dichiarazioni di Trump dopo i nuovi attacchi

Intervenendo con la stampa, il presidente americano ha spiegato di non ritenere più valido il cessate il fuoco raggiunto con l’Iran. «Per me è finito. Non voglio più avere a che fare con loro», ha dichiarato riferendosi ai vertici della Repubblica islamica.

Trump ha definito la leadership iraniana «persone cattive e violente», sostenendo che continuare a negoziare rischia di essere «una perdita di tempo». Nello stesso intervento, tuttavia, ha precisato che eventuali colloqui diplomatici potrebbero comunque proseguire, senza fornire ulteriori dettagli. Una posizione che riflette la complessità della fase attuale, nella quale ai messaggi di fermezza continuano ad alternarsi aperture al dialogo.

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La nuova escalation nel Golfo Persico

L’inasprimento della tensione segue una serie di attacchi avvenuti nelle ultime ore. Martedì tre petroliere sono state colpite nello stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il commercio di petrolio e gas naturale. Gli attacchi non sono stati ufficialmente rivendicati, ma diverse fonti internazionali ritengono probabile il coinvolgimento dell’Iran.

La risposta statunitense è arrivata poche ore dopo. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha comunicato di aver colpito oltre 80 obiettivi militari in territorio iraniano, tra cui sistemi radar, postazioni di difesa aerea e decine di imbarcazioni veloci utilizzate dai Guardiani della Rivoluzione nello stretto di Hormuz.
Secondo i media iraniani, esplosioni sono state registrate anche nell’area di Bushehr, città nel sud del Paese che ospita una centrale nucleare.

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La risposta dell’Iran

Teheran ha accusato Washington di aver violato il pre-accordo raggiunto nel mese di giugno.
Successivamente i Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver lanciato missili contro obiettivi militari statunitensi in Bahrein e Kuwait, sostenendo di aver colpito la base di Sheikh Isa e affermando che tutte le basi americane presenti nella regione saranno considerate «obiettivi legittimi».
Dal canto suo, il Kuwait ha reso noto che i propri sistemi di difesa aerea hanno intercettato missili e droni senza che si registrassero vittime o danni sul territorio nazionale.

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Un cessate il fuoco sempre più fragile

L’attuale escalation mette ulteriormente sotto pressione il pre-accordo siglato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran, nato con l’obiettivo di ridurre le tensioni dopo settimane di scontri.

Già nei giorni successivi alla firma, tuttavia, le ostilità erano riprese con nuovi attacchi reciproci, evidenziando quanto la tregua fosse fragile. Gli ultimi sviluppi rappresentano il momento di maggiore criticità dall’intesa di giugno e rendono sempre più incerto il percorso diplomatico. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno anche revocato la sospensione temporanea delle sanzioni sulla vendita di petrolio iraniano prevista dal pre-accordo, aumentando ulteriormente la pressione economica su Teheran.

Il nodo dello stretto di Hormuz

Al centro della crisi resta ancora una volta lo stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso il quale transita una parte significativa delle esportazioni mondiali di petrolio. Da marzo l’Iran ha rafforzato il controllo sul traffico marittimo nell’area, utilizzandolo come leva negoziale nei confronti della comunità internazionale. Le autorità iraniane chiedono alle petroliere di seguire specifiche rotte, considerate più sicure, e sostengono che tali misure siano necessarie per evitare le aree dove, durante il conflitto, sarebbero state posizionate mine navali.

L’Iran ha inoltre introdotto nuove regole per il transito delle navi, inclusa la richiesta di un pedaggio, elemento che continua ad alimentare le tensioni con gli Stati Uniti e con diversi Paesi che dipendono da questa rotta commerciale. Gli ultimi attacchi alle petroliere e la successiva risposta militare americana confermano come Hormuz rimanga uno dei principali punti di frizione tra Washington e Teheran.

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Quali scenari si aprono ora

Al momento non è possibile stabilire se le dichiarazioni di Donald Trump rappresentino una vera e propria chiusura del percorso negoziale oppure un ulteriore irrigidimento della posizione americana in vista di eventuali nuovi colloqui.
Da una parte il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato conclusa, dal proprio punto di vista, la fase del cessate il fuoco; dall’altra non ha escluso che i negoziati possano proseguire. Sul piano militare, intanto, continuano a registrarsi azioni e reazioni che mantengono alta la tensione nell’area.

Per il momento non ci sono segnali concreti di una ripresa formale della guerra tra Stati Uniti e Iran, ma gli ultimi sviluppi dimostrano quanto il pre-accordo raggiunto a giugno resti estremamente fragile. Tra dichiarazioni politiche, nuovi attacchi militari e negoziati ancora formalmente aperti, il rischio di una nuova escalation regionale continua a rappresentare uno degli elementi di maggiore instabilità nello scenario mediorientale.

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