
In Italia, lavorare durante la detenzione dovrebbe essere un diritto e un’opportunità di riscatto. Ma a venticinque anni dalla legge Smuraglia, che avrebbe dovuto favorire l’assunzione di persone detenute grazie a incentivi fiscali e sgravi contributivi, la realtà racconta tutt’altro. Tra burocrazia, scarsa comunicazione e norme poco chiare, solo una minima parte dei detenuti riesce oggi a trovare un impiego vero e retribuito, dentro o fuori dal carcere. Eppure, dove il lavoro funziona, la recidiva quasi scompare: dal 70% al 2%.
Lavoro in carcere, la legge che doveva cambiare tutto
Entro la fine di ottobre, le imprese e le cooperative italiane che vogliono assumere detenuti nel 2026 devono presentare la richiesta d’accesso ai benefici fiscali previsti dalla legge Smuraglia, indicando il numero di assunzioni e la somma di credito d’imposta di cui intendono usufruire.
Una procedura che sulla carta dovrebbe favorire il reinserimento sociale, ma che nella pratica si è trasformata in un labirinto burocratico.
Prima di accedere agli incentivi, infatti, è necessario stipulare una convenzione con gli istituti penitenziari di riferimento, che poi trasmettono la domanda ai provveditorati regionali. Questi la inoltrano al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) entro il 15 novembre. Entro il 15 dicembre, il Dap stabilisce l’importo spettante a ciascuna impresa e lo comunica all’Agenzia delle Entrate. Tutto, infine, viene pubblicato sul sito del Ministero della Giustizia.
Un sistema complesso e lento, tanto che la legge Smuraglia — introdotta nel 2000 per favorire l’occupazione dei detenuti e ridurre la recidiva — non ha mai davvero funzionato come sperato.
La Cometa Verde e la memoria del cielo: un segno millenario sopra la Terra
Incentivi al lavoro in carcere, ma la macchina è inceppata
Eppure, i vantaggi per le imprese sono notevoli: risparmi che vanno dai 520 ai 300 euro al mese per ogni lavoratore, più uno sgravio contributivo del 95%.
Nel 2025 sono stati approvati 12,4 milioni di euro di agevolazioni per 900 soggetti, ma i risultati restano modesti.
Secondo il report Recidiva Zero del Cnel, dal 2004 al 2024 il numero totale dei detenuti lavoranti è passato da 14.686 a 21.235. Tuttavia, solo 3.172 detenuti hanno un impiego esterno con imprese o cooperative; gli altri 18.063 lavorano all’interno degli istituti come “spesini”, “scopini” o addetti alle mense.
Come spiega don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore della cooperativa “La Valle di Ezechiele”, «il valore del lavoro per una persona detenuta non è solo economico, ma nasce dall’igiene relazionale di essere reinseriti in contesti sociali non criminosi».
E i numeri parlano chiaro: la recidiva scende dal 70% al 2% tra chi lavora durante la detenzione.

Lavoro in carcere, tra burocrazia e disinformazione
Perché allora la legge non funziona?
Uno dei principali ostacoli è la burocrazia farraginosa. Le imprese devono prenotarsi con un anno di anticipo (entro il 31 ottobre), presentare il monitoraggio entro il 31 gennaio e un’autocertificazione entro il 31 luglio.
Nel frattempo, le carceri — spesso prive di personale e risorse — non riescono a comunicare con le aziende né a rispettare le scadenze.
Alcune direzioni penitenziarie ignorano la normativa, altre compilano in modo errato la documentazione. È capitato che venissero concessi crediti d’imposta non applicabili a detenuti ai domiciliari, o che i dati non venissero trasmessi al Dap.
Il risultato?
Nell’estate 2024, centinaia di imprese si sono viste recapitare diffide via PEC dal Dap, con richiesta di restituzione dei crediti già approvati. Solo dopo settimane l’amministrazione ha ammesso l’errore.
Comprare casa insieme: la generazione che trasforma la crisi abitativa in comunità
La fuga delle imprese dal lavoro in carcere
Davanti a questo caos, molte imprese e cooperative rinunciano.
Non solo per i ritardi amministrativi, ma anche per le difficoltà logistiche: spostamenti limitati, iter autorizzativi lunghi e continui rischi di interruzione del rapporto di lavoro in caso di violazioni.
Il Cnel, che ha avviato una ricerca sul funzionamento della legge, evidenzia tre criticità principali: scarsa continuità: meno del 25% degli enti beneficia degli sgravi per più di tre anni consecutivi; importi variabili e poco affidabili; valore economico basso: solo il 7% delle imprese riceve oltre 50mila euro per otto assunzioni full time annuali.
Ma la questione più grave resta la mancanza di comunicazione tra imprese e amministrazione penitenziaria.
Spesso le aziende si ritrovano sole tra modulistica, regolamenti contraddittori e una legge che, dopo venticinque anni, pochi conoscono davvero.

Il lavoro in carcere libera
Il paradosso è che il lavoro resta la via più efficace per ridurre la recidiva e costruire una società più sicura.
Ogni detenuto che trova un’occupazione stabile ha molte meno probabilità di tornare a delinquere.
Eppure, oggi il sistema che dovrebbe facilitare questo processo si è trasformato in un percorso a ostacoli.
«La legge Smuraglia è uno strumento prezioso, ma senza una gestione efficiente e coordinata tra carceri e imprese, rischia di restare solo sulla carta», commenta Filippo Giordano, economista dell’Università Lumsa e membro del Cnel.
Servono più formazione, semplificazione delle procedure e una rete reale tra pubblico e privato.
Solo così il lavoro in carcere potrà diventare davvero ciò che la legge aveva promesso: una seconda possibilità.
La Cina e la lotta contro il minimalismo giovanile: censura di un futuro non convenzionale













