
Le esportazioni di petrolio dei paesi del Golfo Persico hanno superato, per la prima volta dall’inizio della guerra contro l’Iran, i volumi registrati prima del conflitto. Un risultato che potrebbe suggerire un progressivo ritorno alla normalità, ma che in realtà racconta una trasformazione più complessa degli equilibri energetici e militari del Medio Oriente. Il petrolio è tornato a raggiungere i mercati internazionali, mentre le condizioni necessarie per garantirne il trasporto sono diventate più costose, militarizzate e vulnerabili.
A rendere possibile questa ripresa non è stata una soluzione diplomatica della crisi, bensì una combinazione di interventi militari statunitensi, nuove strategie commerciali e un crescente ricorso alle infrastrutture alternative allo stretto di Hormuz. Il risultato è un sistema che continua a funzionare nonostante la guerra, ma la cui stabilità dipende da condizioni eccezionali, difficili da mantenere indefinitamente.
Petrolio nel Golfo Persico: esportazioni a 24 milioni di barili al giorno
Secondo i dati della società specializzata Kpler, riportati dal Wall Street Journal e ripresi da Il Post, nella settimana precedente al 21 ottobre i paesi del Golfo Persico hanno esportato mediamente 24 milioni di barili di petrolio al giorno, superando i 23,3 milioni registrati prima dell’inizio della guerra. Si tratta di un passaggio significativo, soprattutto considerando che la crisi apertasi nel febbraio 2026 aveva compromesso uno dei principali corridoi energetici del pianeta. Prima del conflitto, infatti, attraverso lo stretto di Hormuz transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale, rendendo questo passaggio marittimo una delle infrastrutture strategiche più importanti per l’economia internazionale.
Dei 24 milioni di barili esportati quotidianamente, circa 14 milioni sono transitati attraverso Hormuz, una quantità corrispondente all’82% dei volumi precedenti alla guerra. Il dato evidenzia come lo stretto abbia recuperato una parte consistente della propria operatività, senza tuttavia tornare alle condizioni di sicurezza che caratterizzavano il traffico commerciale prima dell’escalation militare. La distinzione è fondamentale: la ripresa dei volumi non coincide con il ripristino della libertà di navigazione. Le petroliere attraversano ancora un’area esposta ad attacchi e minacce, mentre il loro passaggio richiede il coordinamento delle forze armate statunitensi.

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Stretto di Hormuz: come gli Stati Uniti proteggono le petroliere
La ripresa del traffico marittimo è stata favorita dalle operazioni organizzate da Washington per garantire una rotta relativamente più sicura attraverso lo stretto. Le navi vengono indirizzate lungo la costa dell’Oman, evitando per quanto possibile le aree più vicine al territorio iraniano, dove il rischio di attacchi risulta maggiore. Durante gli attraversamenti, le forze statunitensi coordinano la navigazione e assicurano una protezione militare contro droni e missili. Secondo le informazioni riportate dalle fonti, gli Stati Uniti hanno schierato nel golfo di Oman due portaerei, con una terza in arrivo, oltre a circa venti unità navali e mezzi aerei destinati alla sorveglianza e all’intercettazione delle minacce.
Anche l’indebolimento delle capacità iraniane di controllo dello stretto ha contribuito alla ripresa dei traffici. I bombardamenti statunitensi degli ultimi mesi avrebbero danneggiato postazioni radar e sistemi di sorveglianza, riducendo la precisione degli attacchi iraniani. Questo cambiamento ha progressivamente limitato l’efficacia del blocco imposto da Teheran, senza però eliminare la possibilità di nuove offensive. La conseguenza è un mutamento nella gestione della sicurezza energetica: un corridoio commerciale che prima della guerra funzionava senza un simile livello di protezione militare oggi dipende da un dispositivo navale e aereo di grandi dimensioni. La continuità delle forniture non è quindi soltanto una questione economica, ma anche una responsabilità strategica e finanziaria per Washington.

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Le nuove rotte del petrolio: oleodotti e trasferimenti al largo dell’Oman
La protezione militare non è l’unico fattore che spiega l’aumento delle esportazioni. I paesi produttori e gli operatori commerciali hanno progressivamente modificato le proprie strategie logistiche per ridurre l’esposizione al rischio. Una delle soluzioni adottate consiste nel limitare il tempo trascorso dalle petroliere nelle acque più pericolose. Dopo aver caricato il greggio nei terminal del Golfo e attraversato Hormuz, alcune navi si fermano al largo dell’Oman, dove trasferiscono il petrolio su altre imbarcazioni destinate ai mercati internazionali. Le petroliere impiegate nella prima parte del tragitto possono così tornare rapidamente nei porti di partenza, mentre le unità incaricate dei collegamenti più lunghi evitano di entrare nello stretto. A questa strategia si aggiunge il crescente utilizzo delle infrastrutture terrestri. Secondo i dati riportati da Il Post, a settembre il 40% del petrolio è stato esportato attraverso percorsi alternativi a Hormuz, contro il 17% precedente alla guerra.
Tra le infrastrutture decisive figurano l’oleodotto Habshan-Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, che raggiunge il golfo di Oman evitando lo stretto, e l’oleodotto saudita che attraversa la penisola arabica da est a ovest, consentendo di esportare greggio attraverso il Mar Rosso. Queste alternative hanno permesso di ridurre la dipendenza dal passaggio controllato militarmente dall’Iran. Non sono però prive di vulnerabilità: entrambe le infrastrutture rappresentano potenziali obiettivi di attacchi, mentre la crescente importanza delle rotte occidentali espone ulteriormente il sistema energetico alle tensioni nello Yemen e nel Mar Rosso.
Dalla guerra contro l’Iran alla crisi energetica del 2026
Per comprendere il significato geopolitico della ripresa delle esportazioni occorre considerare il contesto nel quale si è sviluppata la crisi. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha segnato l’inizio di una progressiva estensione del conflitto mediorientale. Alla guerra nella Striscia di Gaza si sono aggiunti gli scontri con Hezbollah in Libano, gli attacchi contro le organizzazioni alleate di Teheran e le operazioni militari israeliane e statunitensi contro l’Iran. Questa escalation ha contribuito a indebolire la rete regionale di alleanze iraniane, comunemente definita Asse della Resistenza, senza tuttavia risolvere il confronto strategico tra Teheran, Israele e Washington. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una nuova offensiva contro l’Iran, più estesa rispetto agli attacchi condotti nel giugno 2025.
L’operazione ha colpito anche i vertici della Repubblica islamica, provocando la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. La risposta iraniana ha coinvolto direttamente gli alleati regionali degli Stati Uniti, attraverso attacchi contro infrastrutture energetiche e restrizioni alla navigazione nello stretto di Hormuz. Da quel momento, il controllo del passaggio marittimo è diventato uno degli strumenti principali attraverso cui Teheran ha cercato di esercitare pressione sui propri avversari. Il memorandum d’intesa sottoscritto da Stati Uniti e Iran il 17 giugno avrebbe dovuto favorire una conclusione del conflitto, ma non ha prodotto una soluzione definitiva. Secondo la ricostruzione delle fonti, i negoziati risultano ancora bloccati e la prospettiva di nuove operazioni militari continua a pesare sul quadro regionale.

L’Iran perde parte della sua leva negoziale sullo stretto di Hormuz
Per Teheran, la capacità di interrompere o limitare il traffico petrolifero attraverso Hormuz ha rappresentato storicamente una leva strategica particolarmente rilevante. La posizione geografica dell’Iran consente infatti di minacciare un passaggio essenziale per le esportazioni dei paesi vicini, aumentando potenzialmente il costo economico di un confronto militare per gli Stati Uniti e i loro alleati. La progressiva ripresa delle esportazioni ha però ridotto l’efficacia di questo strumento. Se il petrolio riesce a raggiungere i mercati internazionali attraverso corridoi protetti militarmente o infrastrutture alternative, la capacità iraniana di utilizzare lo stretto come mezzo di pressione risulta inevitabilmente ridimensionata. Ciò non significa che Teheran abbia perso ogni possibilità di influenzare i traffici.
Gli attacchi proseguono e la presenza di infrastrutture vulnerabili mantiene aperto il rischio di nuove interruzioni. Il paradosso è che l’Iran dispone ancora della capacità di rendere più costoso e pericoloso il commercio energetico, ma incontra maggiori difficoltà nel bloccarlo completamente. Questa differenza potrebbe incidere anche sui futuri negoziati, perché riduce il potere contrattuale legato alla minaccia di una paralisi delle esportazioni.
Il rischio Houthi e la vulnerabilità delle rotte nel Mar Rosso
L’aumento del ricorso agli oleodotti e ai porti alternativi ha modificato anche l’importanza strategica di altre aree del Medio Oriente. Tra queste figura il Mar Rosso, diventato un punto di sbocco ancora più importante per il petrolio saudita. Proprio questa trasformazione ha accresciuto la rilevanza delle attività degli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell’Iran, pur dotato di una propria autonomia politica e militare. Negli ultimi mesi gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro l’Arabia Saudita, prendendo di mira anche infrastrutture petrolifere utilizzate per aggirare Hormuz.
Il gruppo ha inoltre minacciato di bloccare lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al golfo di Aden. Si delinea così una vulnerabilità più ampia: mentre il sistema energetico cerca di ridurre la dipendenza da Hormuz, una parte crescente dei flussi viene indirizzata verso altre infrastrutture e passaggi marittimi che possono a loro volta diventare obiettivi militari. La diversificazione delle rotte riduce il rischio legato a un singolo punto di transito, ma non elimina l’instabilità regionale.
Petrolio e guerra: perché esportare di più non significa essere al sicuro
La ripresa delle esportazioni dimostra la capacità di adattamento dell’industria petrolifera, ma solleva interrogativi sulla sostenibilità economica e militare del nuovo sistema. Gli operatori commerciali hanno accettato di sostenere rischi elevati perché i margini delle operazioni possono compensare i costi aggiuntivi. Secondo un calcolo del Wall Street Journal citato da Il Post, i guadagni derivanti da tre carichi di petrolio possono superare i 100 milioni di dollari, una somma sufficiente ad acquistare una petroliera usata. Alcune compagnie hanno quindi impiegato imbarcazioni più vecchie, precedentemente utilizzate per il trasporto di petrolio russo e venezuelano, limitando l’esposizione delle proprie unità di maggior valore.
Questa organizzazione mostra come il mercato abbia trovato modalità per continuare a operare in condizioni di conflitto. Allo stesso tempo, evidenzia che una parte dei costi e dei rischi viene semplicemente redistribuita tra compagnie, assicuratori, operatori logistici e apparati militari. La questione principale riguarda dunque la durata di questo equilibrio. Il dispiegamento statunitense richiede risorse considerevoli e deve confrontarsi con la possibilità di nuovi attacchi iraniani. Parallelamente, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti all’Iran continua a esercitare pressioni sull’economia del paese, con conseguenze sulla popolazione civile. In assenza di una soluzione politica, un’eventuale intensificazione delle offensive potrebbe compromettere nuovamente la sicurezza delle rotte.
La vera sfida è trasformare la ripresa commerciale in stabilità geopolitica
Il superamento dei livelli di esportazione precedenti alla guerra rappresenta un risultato importante per i paesi produttori e per la continuità degli approvvigionamenti internazionali. Non costituisce però, da solo, un indicatore sufficiente per dichiarare conclusa la crisi energetica. La situazione attuale mostra piuttosto come il sistema petrolifero del Golfo Persico abbia sviluppato una nuova capacità di resistenza alle interruzioni, grazie alla diversificazione delle infrastrutture e alla protezione militare statunitense.
Resta tuttavia irrisolta la questione politica che ha generato la crisi: il confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele, inserito in un Medio Oriente profondamente trasformato dai conflitti successivi al 7 ottobre 2023. Il rischio non è soltanto che le esportazioni diminuiscano nuovamente, ma che la loro continuità dipenda stabilmente da un livello di militarizzazione incompatibile con una sicurezza energetica duratura. Il petrolio del Golfo Persico ha ricominciato a scorrere più di prima, ma oggi attraversa un sistema nel quale la stabilità commerciale viene garantita dalla forza militare anziché da un equilibrio politico condiviso. Ed è proprio questa distanza tra ripresa economica e soluzione diplomatica a rendere ancora incerto il futuro dello stretto di Hormuz e dell’intera regione.












