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Il caso Thélyson Orélien: l’intelligenza artificiale può riconoscere ciò che è umano?

Uno scrittore accusato di aver utilizzato l’AI, un romanzo escluso dal Goncourt e strumenti di verifica dai risultati discordanti. Il caso Orélien apre una riflessione sul futuro della creatività, del lavoro e dell’autenticità umana

di Naomi Lanciano | Settembre 25, 2026
foto: instagram @editionsboreal

Un romanzo accolto con entusiasmo dalla critica, decine di migliaia di copie vendute, riconoscimenti letterari e diritti di pubblicazione acquistati in oltre venti Paesi. Poi un’accusa comparsa su X, il risultato di un software di rilevamento e una discussione che, nel giro di pochi giorni, ha trasformato uno degli esordi più celebrati dell’editoria francese in un caso internazionale. Al centro della vicenda c’è Thélyson Orélien, scrittore canadese di origini haitiane, accusato di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per scrivere quasi interamente C’était ça ou mourir, romanzo che racconta anche l’esperienza della migrazione e dello sradicamento.

Orélien respinge le accuse e sostiene di poter dimostrare, attraverso le bozze preparatorie, che il lavoro sul libro risale a un periodo precedente alla diffusione di ChatGPT e degli altri chatbot generativi. La contestazione, tuttavia, ha già avuto conseguenze sulla sua carriera: il romanzo è stato escluso dalla selezione del premio Goncourt. A rendere ancora più complessa la vicenda è il fatto che gli strumenti utilizzati per analizzare il testo abbiano restituito risultati discordanti. Pangram ha individuato ampie porzioni considerate generate dall’AI, mentre altre verifiche hanno attribuito almeno alcuni degli stessi passaggi alla scrittura umana.

Non sappiamo, allo stato delle informazioni disponibili, se l’accusa sia fondata. Sappiamo però che il sospetto ha cominciato a produrre effetti prima che la questione fosse chiarita. Ed è proprio questa distanza tra ciò che uno strumento suggerisce e ciò che siamo disposti a considerare dimostrato a rendere il caso significativo ben oltre il mondo letterario.

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Il futuro della scrittura e del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale

La scrittura è uno degli ambiti nei quali la trasformazione è già visibile. Campagne pubblicitarie, testi promozionali, comunicazioni aziendali e contenuti destinati al marketing vengono oggi elaborati anche attraverso sistemi generativi che consentono di velocizzare attività, produrre varianti e ridurre i tempi di lavorazione. In molti contesti l’intelligenza artificiale è entrata nel processo produttivo senza che questo comporti necessariamente la scomparsa della figura professionale: cambiano le mansioni, il tempo dedicato alla prima stesura, il peso della revisione e le competenze richieste a chi supervisiona il risultato.

La domanda sulla sostituzione, però, riguarda ormai un numero molto più ampio di professioni. Se un sistema può scrivere, tradurre, progettare immagini, analizzare documenti o assistere nelle decisioni, quali attività continueranno a richiedere il nostro intervento? E in quali circostanze sceglieremo di mantenerlo anche quando una macchina sarà in grado di ottenere un risultato apparentemente equivalente? Sono interrogativi che investono il lavoro, la formazione e la vita quotidiana, perché la diffusione di questi strumenti modifica progressivamente anche le aspettative che abbiamo nei confronti delle persone.

Nel campo della creazione artistica la questione assume una sfumatura ulteriore. Un testo pubblicitario può essere valutato soprattutto per la sua efficacia rispetto a un obiettivo; un romanzo, invece, viene letto anche attraverso il rapporto che immaginiamo esista tra le parole e la persona che le ha scritte. L’esperienza dell’autore, la sua sensibilità, il modo in cui osserva il mondo e trasforma ciò che ha vissuto contribuiscono al significato che attribuiamo all’opera. Se una macchina riesce a riprodurne le caratteristiche formali, il lettore può trovarsi davanti a un risultato convincente senza avere gli strumenti per comprenderne l’origine. È qui che la discussione sull’autorialità diventa particolarmente attuale. Quanto conta sapere chi ha creato qualcosa? Che valore attribuiamo all’intenzione e all’esperienza personale, quando il risultato può essere imitato? E come cambierà il nostro rapporto con la creatività se riconoscere una voce autentica diventerà sempre più difficile?

Foto: unsplash

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Riconoscere un testo scritto dall’AI: quanto sono affidabili i rilevatori?

La vicenda di Orélien mostra che il problema riguarda anche gli strumenti ai quali chiediamo di risolvere questa incertezza. I software di rilevamento analizzano caratteristiche statistiche e linguistiche per stimare la possibile origine di un testo, ma il loro responso non equivale a una ricostruzione verificata del processo di scrittura. Lo stesso articolo del Post dedicato alla riconoscibilità dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale ricorda quanto sia facile scambiare per prove alcuni tratti stilistici, come formule ricorrenti, costruzioni sintattiche o ripetizioni, che possono comparire anche nella scrittura umana.

Nel caso del romanzo francese, il problema è particolarmente evidente: un risultato presentato come «100% AI» è entrato nel dibattito pubblico con una forza che le verifiche successive, pur discordanti, non sono riuscite a ridimensionare. Il numero suggerisce una certezza immediata, facilmente condivisibile e comprensibile anche da chi non conosce il funzionamento dello strumento. Restano invece meno visibili le condizioni dell’analisi, i margini di errore e le difficoltà che possono emergere quando un testo contiene lingue differenti, come il francese e il creolo haitiano presenti nel libro di Orélien.

La verifica dell’autenticità richiede dunque un lavoro più articolato, che può comprendere bozze, documentazione editoriale, cronologia delle revisioni e confronto con l’autore. Anche le contestazioni di plagio emerse riguardo ad alcuni vecchi scritti di Orélien devono essere considerate per ciò che documentano, senza trasformarle automaticamente nella prova di un’accusa diversa relativa al nuovo romanzo.

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Creatività umana e algoritmi: a chi affidiamo il giudizio?

Il caso porta infine a una contraddizione che potrebbe accompagnarci a lungo. Mentre affidiamo all’intelligenza artificiale una parte crescente delle attività che un tempo svolgevamo personalmente, cominciamo a servirci di altri sistemi automatici per stabilire se il risultato appartenga ancora a un essere umano. Una decisione che può sembrare pratica, soprattutto davanti alla quantità di contenuti che circolano ogni giorno, ma che diventa delicata quando da una valutazione dipendono la credibilità di un professionista, l’accesso a un riconoscimento o la possibilità di continuare a lavorare.

Sarebbe riduttivo leggere tutto questo come una contrapposizione tra chi difende la creatività umana e chi accoglie l’innovazione tecnologica. Gli strumenti generativi possono ampliare le possibilità espressive e rendere accessibili attività che prima richiedevano competenze o risorse difficili da ottenere. Allo stesso tempo, il loro impiego impone di chiarire responsabilità e criteri di valutazione, soprattutto nei contesti in cui l’origine di un’opera ha un valore culturale, professionale o economico.

Forse nei prossimi anni continueremo a leggere romanzi, osservare immagini e ascoltare musica senza riuscire sempre a distinguere quanto sia stato prodotto da una persona e quanto da una macchina. Potremo apprezzare un’opera anche senza conoscerne il processo creativo, oppure scegliere di attribuire un valore particolare alla presenza riconoscibile di un autore. Saranno scelte che riguarderanno il pubblico, gli editori, le istituzioni culturali e chi lavora in questi settori. La questione più urgente, però, è già davanti a noi. Nel tentativo di difendere l’autenticità, rischiamo di attribuire a strumenti ancora imperfetti un’autorità superiore a quella delle persone che dovrebbero aiutarci a valutare. Il futuro della creatività dipenderà anche dalla capacità di distinguere un indizio da una prova e di conservare uno spazio per il confronto, il dubbio e la responsabilità umana.

Perché, se un algoritmo può contribuire a scrivere un romanzo e un altro può metterne in discussione la paternità, chi avrà l’ultima parola su ciò che consideriamo autentico?