
A Hong Kong la censura non ha sempre il volto immediatamente riconoscibile di un libro proibito. Può presentarsi come un controllo amministrativo, un permesso negato, una verifica fiscale o una linea legale lasciata volutamente indistinta. Non serve dichiarare quali testi non possano essere venduti: è sufficiente creare un sistema nel quale nessuno sappia più con certezza quali libri sia ancora possibile tenere su uno scaffale.
Il 15 luglio la polizia per la sicurezza nazionale ha perquisito due librerie indipendenti, Have A Nice Stay e Greenfield Book Store, nel quartiere di Mong Kok, arrestando cinque persone. Gli agenti hanno portato via scatole di volumi e accusato i librai di avere esposto e venduto pubblicazioni considerate sediziose, capaci, secondo le autorità, di alimentare l’odio contro il governo locale, la magistratura e le forze dell’ordine.
Have A Nice Stay, fondata da un gruppo di ex giornalisti, aveva annunciato soltanto il giorno precedente che avrebbe chiuso il 30 agosto. Tra le motivazioni indicate non c’erano soltanto le difficoltà economiche, ma anche l’impossibilità di individuare quella che la libreria aveva definito una linea rossa sfuggente: il confine tra ciò che può essere pubblicato e ciò che, improvvisamente, può diventare un reato. È forse questa l’immagine più precisa della censura contemporanea: non uno scaffale vuoto imposto dall’alto, ma un libraio costretto a chiedersi, davanti a ogni copertina, se quel titolo possa condurlo in tribunale.

Le librerie come luoghi della memoria
Per molti anni le librerie indipendenti di Hong Kong non sono state soltanto attività commerciali. Erano luoghi nei quali sopravviveva una memoria diversa da quella ammessa nella Cina continentale. Ospitavano incontri, dibattiti e laboratori, vendevano biografie non autorizzate dei dirigenti del Partito Comunista, ricostruzioni degli eventi di piazza Tienanmen e libri politici non reperibili oltre il confine. Molti cittadini della Cina continentale arrivavano in città proprio per acquistare quei volumi. Hong Kong rappresentava uno spazio intermedio: parte della Cina, ma ancora protetta da libertà civili, editoriali e giudiziarie che la distinguevano dal sistema di Pechino. Le sue librerie erano piccole soglie attraverso le quali potevano circolare storie, interpretazioni e documenti destinati altrove a rimanere invisibili.
Colpirle significa quindi intervenire non soltanto sulla vendita di alcuni testi, ma sulla possibilità di elaborare pubblicamente il passato. Una città perde qualcosa di sé quando scompare uno dei luoghi nei quali la propria storia può ancora essere discussa.
La repressione più recente non nasce dal nulla. Il momento di rottura risale al 2015, quando cinque uomini legati a Causeway Bay Books scomparvero tra Hong Kong, la Cina continentale e la Thailandia. La libreria era conosciuta per i libri critici nei confronti della leadership cinese. Dopo mesi di silenzio, fu confermato che tutti si trovavano sotto il controllo delle autorità cinesi.
Tra loro c’era Lam Wing-kee, diventato negli anni successivi uno dei simboli della resistenza alla censura. Dopo la detenzione, tornò a Hong Kong e denunciò pubblicamente quanto gli era accaduto. Nel 2019 si trasferì a Taiwan e riaprì Causeway Bay Books a Taipei, trasformandola in un punto d’incontro per chi cercava libri sulla politica e sulla storia di Hong Kong, Taiwan e Cina. Lam è morto il 2 luglio 2026, a settant’anni, meno di due settimane prima delle nuove perquisizioni.
La coincidenza temporale assume quasi un valore simbolico. Mentre scompariva uno degli uomini che aveva reso visibile il problema, la polizia tornava a entrare nelle librerie.
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La censura attraverso l’incertezza
Il quadro giuridico nel quale avvengono queste operazioni è stato costruito progressivamente. Nel 2020 Pechino ha imposto a Hong Kong la Legge sulla sicurezza nazionale, che ha introdotto reati come secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere. Nel marzo del 2024 è poi entrata in vigore la Safeguarding National Security Ordinance, conosciuta come legge dell’Articolo 23, approvata dalle istituzioni locali e destinata ad ampliare ulteriormente i poteri in materia di sicurezza.
La nuova normativa ha esteso il reato di sedizione e ha aumentato la pena massima fino a sette anni, che possono diventare dieci quando viene contestato il coinvolgimento di forze esterne. Per ottenere una condanna non è necessario dimostrare che le parole o le pubblicazioni abbiano realmente incitato alla violenza.
Le autorità sostengono che queste leggi siano necessarie per difendere la stabilità e la sicurezza della città. Il segretario alla Sicurezza Chris Tang ha dichiarato che i librai hanno la responsabilità di assicurarsi che i titoli venduti non rappresentino una minaccia nazionale. Allo stesso tempo ha escluso la pubblicazione di un elenco ufficiale dei libri vietati, sostenendo che ostacolerebbe l’applicazione della legge.
È proprio l’assenza di una lista a produrre l’effetto più profondo. Il libraio deve interpretare intenzioni, simboli e possibili letture politiche. Non può limitarsi a rispettare una norma precisa: deve anticipare la valutazione che un’autorità potrebbe formulare in futuro. La censura viene così interiorizzata. Prima ancora che intervenga la polizia, cominciano a scomparire i titoli, gli incontri, gli autori invitati e le domande considerate troppo rischiose. Non è più necessario chiudere ogni libreria: basta fare in modo che tutte imparino a controllarsi da sole.
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Una repressione anche burocratica
Gli arresti sono soltanto la parte più visibile. Secondo Human Rights Watch, dalla fine del 2023 almeno sei librerie indipendenti sono state sottoposte a verifiche fiscali. Altre hanno ricevuto sanzioni per presunte irregolarità legate all’organizzazione di corsi di lingua o spettacoli. Nel luglio del 2026 Elmbook e Luckwin, due tra le più note librerie indipendenti della città, sono state escluse dalla Fiera del libro di Hong Kong; poco dopo Elmbook ha annunciato che chiuderà alla scadenza del contratto d’affitto.
Sono strumenti meno drammatici di un arresto, ma non necessariamente meno efficaci. Una piccola libreria può resistere a una polemica pubblica; difficilmente sopravvive a una sequenza di controlli, multe, esclusioni e spese legali.
La repressione amministrativa ha inoltre un vantaggio: permette al potere di presentare ogni episodio come un caso isolato. Un problema fiscale, una violazione di licenza, una questione di sicurezza. Ma osservati insieme, questi episodi delineano la progressiva riduzione dello spazio culturale indipendente della città.
Quando scompare uno scaffale
Una libreria non è soltanto il luogo nel quale vengono acquistati dei libri. È uno spazio in cui una società decide quali voci possono incontrarsi, quali esperienze meritano di essere ricordate e quali domande possono ancora essere formulate.
Per questo la repressione delle librerie indipendenti di Hong Kong non riguarda esclusivamente l’editoria. Riguarda il rapporto tra una città e la propria memoria. Quando un volume viene rimosso, non scompare immediatamente la storia che contiene. Ma quando vengono eliminati i luoghi nei quali quella storia può essere trovata, discussa e trasmessa, il silenzio comincia a sembrare naturale.
Il potere non deve necessariamente bruciare i libri. Può limitarsi a rendere troppo pericoloso venderli, troppo costoso conservarli e troppo incerto leggerli. Alla fine lo scaffale rimane vuoto, e nessuno ricorda più con precisione quando abbia cominciato a svuotarsi.














