
Negli ultimi mesi il governo italiano ha cambiato più volte posizione sulla cannabis light, passando dal divieto totale a un tentativo di riapertura, per poi fare nuovamente marcia indietro. In poche ore, giovedì, un emendamento nella legge di bilancio sembrava riaprire alla vendita, ma Fratelli d’Italia ne ha annunciato il ritiro. Il risultato è un quadro normativo sempre più confuso, con conseguenze politiche, economiche e giuridiche concrete per il settore. A complicare ulteriormente la situazione c’è l’ipotesi di un intervento della Corte costituzionale.
Perché la cannabis light è tornata al centro del dibattito
Il divieto deciso ad aprile, all’interno del cosiddetto “decreto sicurezza”, aveva già avuto effetti pesanti sul settore. Aziende agricole e negozi specializzati erano entrati in crisi, con perdite economiche significative e numerosi licenziamenti. L’emendamento che avrebbe reso di nuovo legale la cannabis light, introducendo però una tassazione del 40 per cento sulle vendite, sembrava un tentativo di ricomporre il problema in chiave fiscale.
La proposta, presentata da un senatore di Fratelli d’Italia, non era stata pubblicizzata dal governo e per settimane era passata quasi inosservata. Proprio questo silenzio ha contribuito a rendere il successivo dietrofront ancora più evidente e politicamente imbarazzante.

Il nodo della cannabis light e della legge
Alla base del divieto c’è una tesi controversa: considerare la cannabis light una sostanza stupefacente. In realtà, questa tipologia di cannabis contiene livelli molto bassi di THC, il principio psicoattivo della marijuana, ed è invece più ricca di CBD, associato a effetti lievi di rilassamento. Dal 2016, la sua coltivazione e vendita erano state di fatto consentite grazie alla legge 242 sulla canapa industriale, che non vietava esplicitamente il consumo ricreativo.
Il decreto sicurezza ha cambiato radicalmente questo assetto, introducendo un divieto che molti operatori del settore e diversi giuristi hanno giudicato sproporzionato e privo di solide basi scientifiche.
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Cannabis light, ripensamenti politici e convenienza economica
Il tentativo di reintrodurre la cannabis light con una tassazione elevata sembra rispondere più a logiche economiche che a un reale cambio di visione. Un’imposta del 40 per cento, simile a quella applicata alle sigarette, avrebbe garantito entrate rilevanti allo Stato, senza sconfessare apertamente la linea proibizionista.
Quando la notizia è emersa, però, le opposizioni hanno subito evidenziato la contraddizione. «Secondo la destra la cannabis light uccide. Quella tassata al 40 per cento un po’ meno», ha commentato il capogruppo del M5S al Senato, Stefano Patuanelli. Poco dopo è arrivato il passo indietro, che ha lasciato invariato il divieto.

La cannabis light davanti alla Corte costituzionale
La vicenda potrebbe però non essere affatto chiusa. Un giudice di Brindisi ha infatti sollevato un dubbio di costituzionalità sulla norma del decreto sicurezza che vieta la cannabis light. La questione riguarda proprio la legittimità di proibire la circolazione di una sostanza che non è considerata drogante.
Ora spetterà alla Corte costituzionale decidere se il divieto sia compatibile con i principi dell’ordinamento. I tempi non sono noti, ma l’esito potrebbe ribaltare nuovamente la situazione.
Nel frattempo, la cannabis light resta al centro di una confusione normativa che penalizza imprese, lavoratori e consumatori, mostrando ancora una volta quanto l’incertezza politica possa trasformarsi rapidamente in un problema concreto.
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