
Per decenni la formazione della gigantesca calotta glaciale dell’Antartide è stata attribuita quasi esclusivamente a un progressivo raffreddamento globale. Una spiegazione intuitiva: temperature più basse significano più ghiaccio. Eppure c’era un dettaglio che continuava a sfuggire agli scienziati.
Perché l’Antartide si è trasformata in un continente ricoperto di ghiaccio circa 34 milioni di anni fa, mentre l’Artico ha sviluppato una calotta stabile soltanto quasi 30 milioni di anni dopo? Ancora più sorprendente è il fatto che, quando i ghiacci iniziarono a conquistare il continente australe, il clima terrestre fosse mediamente circa cinque gradi più caldo rispetto a quello attuale. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, la risposta non si trova nell’atmosfera, ma nelle profondità del pianeta. Prima ancora che il freddo facesse il suo lavoro, fu la geologia a preparare il terreno per la nascita della più grande massa di ghiaccio della Terra.
Il ruolo nascosto delle montagne
Oggi la calotta glaciale dell’Antartide orientale rappresenta il più grande serbatoio di ghiaccio del pianeta. Se dovesse sciogliersi completamente, il livello medio degli oceani aumenterebbe di oltre 50 metri, modificando radicalmente la geografia terrestre. Comprendere come questa enorme struttura si sia formata significa quindi capire uno dei passaggi più importanti della storia climatica del nostro pianeta.
Il gruppo di ricerca, coordinato dall’Università di Southampton insieme a numerosi istituti europei, tra cui anche l’Università di Firenze, ha ricostruito attraverso sofisticati modelli numerici l’evoluzione dell’Antartide orientale negli ultimi 100 milioni di anni. L’obiettivo era capire se il paesaggio del continente fosse già predisposto alla glaciazione oppure se qualcosa lo avesse trasformato nel tempo. La risposta è arrivata osservando ciò che accade molto al di sotto della superficie terrestre.

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Quando il mantello cambia il destino di un continente
Le simulazioni mostrano che la separazione tra l’Antartide e l’Africa, avvenuta dopo la frammentazione dell’antico supercontinente Gondwana, non ha modificato soltanto la disposizione dei continenti. Quel gigantesco movimento tettonico avrebbe infatti generato lente deformazioni nel mantello terrestre, enormi “onde” di materiale roccioso caldo capaci di propagarsi per milioni di anni. Quando queste onde raggiunsero la base della crosta antartica provocarono un graduale sollevamento della superficie.
Non si trattò di un fenomeno improvviso, ma di un processo lentissimo che cambiò il volto del continente nel corso di decine di milioni di anni. Fu proprio questa trasformazione geologica a dare origine all’altopiano dell’Antartide orientale e ai monti Gamburtsev, una spettacolare catena montuosa lunga circa 1.200 chilometri completamente nascosta sotto chilometri di ghiaccio.
L’altitudine che cambiò il clima
Secondo i ricercatori, circa 45 milioni di anni fa gran parte dell’Antartide orientale aveva ormai superato i 2.000 metri di quota. Può sembrare un semplice dettaglio geografico, ma in realtà rappresentò il punto di svolta. A quelle altitudini le nevicate iniziarono ad accumularsi senza sciogliersi completamente durante le stagioni più miti. Strato dopo strato, la neve si trasformò in ghiaccio permanente, dando origine ai primi ghiacciai montani.
Da quel momento entrò in funzione un potente meccanismo di retroazione climatica. L’espansione delle superfici ghiacciate aumentò la quantità di luce solare riflessa verso lo spazio, riducendo ulteriormente le temperature locali. L’aria più fredda tratteneva meno umidità e favoriva nuove precipitazioni nevose, alimentando un processo destinato ad auto-rinforzarsi. Nel giro di milioni di anni, il ghiaccio si espanse progressivamente dalle montagne verso le coste fino a ricoprire quasi l’intero continente.

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Perché l’Artico seguì una strada diversa
La ricerca offre anche una possibile spiegazione di una delle grandi asimmetrie climatiche della Terra. Per molto tempo gli scienziati hanno attribuito la nascita delle grandi calotte glaciali esclusivamente alla diminuzione della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Quel fenomeno resta fondamentale, ma da solo non basta a spiegare perché l’Antartide abbia iniziato a ghiacciarsi milioni di anni prima dell’Artico.
Secondo il nuovo studio, il continente australe disponeva di un vantaggio naturale che il Polo Nord non possedeva: montagne molto più elevate. Queste quote permisero alla neve di sopravvivere anche in un clima relativamente caldo, creando il punto di partenza necessario affinché il ghiaccio iniziasse a espandersi. L’Artico, invece, privo di rilievi altrettanto alti, dovette attendere un raffreddamento globale molto più marcato prima di sviluppare una calotta glaciale stabile.
Una scoperta che guarda anche al futuro
Lo studio non cambia soltanto il modo in cui interpretiamo il passato della Terra. Comprendere come geologia e clima abbiano interagito nella formazione della calotta antartica permette infatti di migliorare anche i modelli utilizzati per prevedere l’evoluzione futura dei ghiacci. I cambiamenti climatici dipendono da numerosi fattori che operano su scale temporali molto diverse. Alcuni sono rapidi, come l’aumento dei gas serra, altri si sviluppano nell’arco di milioni di anni e riguardano l’evoluzione stessa della crosta terrestre.
Come sottolinea il coordinatore dello studio Thomas Gernon, le nuove evidenze dimostrano che «l’interno della Terra predispone i paesaggi alla glaciazione», evidenziando come i processi geologici possano influenzare profondamente la storia climatica del pianeta. L’Antartide, dunque, non è diventata il continente bianco semplicemente perché il mondo si è raffreddato. Molto prima che il ghiaccio conquistasse il paesaggio, fu la Terra stessa, attraverso i suoi movimenti più profondi e lenti, a costruire le condizioni necessarie perché quel ghiaccio potesse nascere e resistere per milioni di anni. È una prospettiva che amplia il nostro modo di leggere il clima: non come il risultato di un solo fattore, ma come l’esito di una lunga conversazione tra atmosfera, oceani e geologia, iniziata nelle profondità del pianeta molto prima che l’uomo potesse osservarla.

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