Politica internazionale

Referendum in Svizzera, vince il No: la neutralità resta flessibile

La Svizzera respinge con il 70,15% dei voti la proposta di irrigidire la neutralità. Restano invariati i margini di azione diplomatica e la possibilità di aderire alle sanzioni internazionali

di Redazione di The Outline | Settembre 28, 2026
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La Svizzera ha scelto di non modificare il proprio concetto di neutralità. Con circa il 70% dei voti contrari, il referendum che proponeva di rendere più rigido uno dei principi fondanti della Confederazione è stato respinto in tutti i Cantoni. Un risultato che lascia invariato l’attuale quadro costituzionale e permette al governo di continuare ad adottare misure diplomatiche ed economiche nei confronti dei paesi coinvolti in conflitti internazionali, comprese le sanzioni che non hanno ricevuto un’autorizzazione delle Nazioni Unite.

Il voto di domenica 27 settembre 2026 ha riportato al centro del dibattito una questione che accompagna la storia svizzera da oltre due secoli: che cosa significa essere neutrali in un mondo attraversato da guerre e tensioni geopolitiche? La risposta degli elettori non elimina il principio della neutralità, ma respinge la proposta di limitarne costituzionalmente gli strumenti di applicazione. Una distinzione fondamentale per comprendere il significato politico e diplomatico della consultazione.

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Referendum sulla neutralità svizzera: cosa prevedeva la proposta dell’UDC

L’iniziativa era stata sostenuta dall’Unione Democratica di Centro (UDC), formazione euroscettica e nazionalista che aveva ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni federali del 2023. Il partito proponeva di inserire nella Costituzione una definizione più vincolante della neutralità, qualificandola come permanente e introducendo limiti precisi alla partecipazione della Svizzera alle iniziative internazionali.

La proposta prevedeva il divieto di aderire ad alleanze militari come la NATO, salvo il caso di un’aggressione diretta al territorio svizzero. Il punto maggiormente discusso riguardava però le sanzioni economiche contro gli Stati coinvolti in una guerra: la Confederazione avrebbe potuto applicarle soltanto se autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una modifica che avrebbe ridotto la possibilità di aderire autonomamente alle misure decise da altri organismi internazionali, come l’Unione Europea.

Neutralità svizzera e guerra in Ucraina: perché le sanzioni alla Russia hanno diviso il Paese

Il principale riferimento della campagna referendaria è stato il comportamento adottato dalla Svizzera dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Dopo un iniziale periodo di esitazione, il governo federale aveva deciso di aderire alle sanzioni economiche introdotte dall’Unione Europea contro Mosca, pur mantenendo la propria posizione di neutralità militare.

Secondo l’UDC, quella decisione aveva rappresentato uno scostamento dal principio storico della neutralità, esponendo la Confederazione al rischio di essere considerata parte del conflitto. I promotori dell’iniziativa hanno quindi sostenuto la necessità di impedire che una scelta analoga potesse essere ripetuta senza un mandato delle Nazioni Unite.

Il leader storico del partito, Christoph Blocher, aveva espresso questa posizione affermando: «Abbiamo danneggiato la neutralità con quelle sanzioni europee. Ora la Russia pensa che siamo parte della guerra». Una lettura condivisa dai sostenitori dell’iniziativa, secondo i quali la neutralità dovrebbe impedire alla Svizzera di partecipare a misure economiche rivolte contro uno degli Stati belligeranti.

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Svizzera e sanzioni internazionali: il ruolo del Consiglio di Sicurezza ONU

La modifica proposta avrebbe avuto conseguenze concrete sulla politica estera della Confederazione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, comprende cinque membri permanenti dotati di potere di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. L’approvazione di nuove sanzioni può essere bloccata da uno solo di questi Paesi, rendendo particolarmente difficile adottare misure contro uno Stato che dispone direttamente del veto.

Nel caso della guerra in Ucraina, la presenza della Russia tra i membri permanenti rende estremamente improbabile l’approvazione di sanzioni contro Mosca attraverso questo organismo. Se l’iniziativa fosse stata approvata, la Svizzera avrebbe quindi avuto margini molto più ristretti per partecipare a iniziative economiche internazionali analoghe a quelle introdotte nel 2022.

La questione non riguarda soltanto il piano diplomatico. Prima dell’introduzione delle sanzioni, Ginevra rappresentava uno dei principali centri mondiali per il commercio petrolifero russo, mentre la Confederazione custodiva ingenti patrimoni riconducibili a cittadini e società della Federazione. Le misure adottate hanno portato al congelamento di beni per circa 7,4 miliardi di euro, a fronte di un patrimonio russo complessivo stimato in circa 213 miliardi prima dell’inizio della guerra.

Neutralità svizzera, le ragioni del No e il confronto con il passato

Lo schieramento contrario all’iniziativa ha sostenuto che una definizione troppo restrittiva della neutralità avrebbe limitato la capacità del governo di rispondere alle crisi internazionali. Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha riassunto questa posizione con una frase: «Neutralità non significa indifferenza». Secondo questa interpretazione, non partecipare militarmente a una guerra non impedisce di assumere posizioni diplomatiche o di aderire a sanzioni economiche nei confronti di uno Stato che viola il diritto internazionale.

Nel dibattito è riemerso anche un capitolo controverso della storia nazionale: la decisione della Svizzera di non aderire alle sanzioni contro il Sudafrica durante l’apartheid. Un precedente richiamato dai contrari alla proposta per sostenere che l’applicazione della neutralità comporta anche scelte politiche e responsabilità internazionali. I promotori, al contrario, hanno difeso una concezione più restrittiva, ritenendo che l’astensione dalle sanzioni sia necessaria per preservare la credibilità del Paese come possibile mediatore.

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Neutralità svizzera, il confronto con la Russia e la posizione di Mosca

La campagna referendaria ha assunto anche una dimensione internazionale. Ad agosto, Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, era intervenuta sulle pagine della Neue Zürcher Zeitung, sostenendo che una neutralità applicata in modo flessibile equivalesse, sul piano giuridico, all’assenza di neutralità. Una posizione coerente con le critiche espresse da Mosca dopo l’adesione svizzera alle sanzioni europee.

L’intervento ha evidenziato quanto il concetto di neutralità sia diventato parte del confronto diplomatico sulla guerra in Ucraina. Per i sostenitori dell’iniziativa, la Svizzera avrebbe dovuto mantenere una maggiore distanza dalle misure economiche adottate dall’Occidente. Per gli oppositori, invece, la possibilità di applicare sanzioni resta compatibile con il mantenimento della neutralità militare.

Referendum in Svizzera, cosa cambia dopo la vittoria del No

Il risultato ufficiale provvisorio conferma il rigetto dell’iniziativa con il 70,15% dei voti contrari, contro il 29,85% dei favorevoli. L’affluenza è stata del 47,06% e tutti i 26 Cantoni hanno respinto la proposta, sebbene con differenze territoriali significative. In Ticino il No si è fermato al 51,75%, mentre a Basilea Città ha raggiunto il 79,91%.

Il voto non introduce una nuova politica estera, né modifica automaticamente le relazioni della Confederazione con la NATO, l’Unione Europea o la Russia. Resta in vigore l’attuale interpretazione della neutralità, che consente alla Svizzera di cooperare con altri Stati per la propria sicurezza e di partecipare a regimi sanzionatori, senza aderire a un’alleanza militare.

La consultazione lascia quindi aperta una questione destinata a rimanere centrale nel dibattito pubblico svizzero: come conciliare una tradizione diplomatica secolare con le trasformazioni dell’ordine internazionale. La neutralità continuerà a essere un principio costituzionale, mentre le modalità della sua applicazione resteranno oggetto di decisioni politiche e confronti democratici.