
La studentessa cinese scomparsa Zhang Yadi, 22 anni, rappresenta un nuovo volto della dissidenza: giovane, istruita, cosmopolita. Dopo aver fondato in Europa il gruppo “Chinese Youths Stand for Tibet”, è scomparsa in Cina durante una visita alla famiglia. Il suo caso svela quanto la stretta del regime cinese si estenda ormai anche oltre i confini nazionali.
Dalla Francia a Londra: la brillante carriera interrotta di Zhang Yadi
Zhang Yadi stava per iniziare un master in antropologia alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra, una delle università più prestigiose al mondo. In Francia aveva studiato e promosso il dialogo interculturale, dedicandosi alla comprensione tra le minoranze etniche cinesi.
Durante il soggiorno estivo in patria, però, la sua vita ha preso una svolta improvvisa. Il 30 luglio 2025, mentre si trovava a Shangri-La, nello Yunnan, Zhang è stata prelevata dalla polizia. Le autorità locali l’avrebbero accusata di “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale”. Da allora, nessuna notizia.
Le indagini internazionali hanno rivelato che Zhang sarebbe stata identificata come @TaraFreesoul, l’account con cui animava il gruppo “Chinese Youths Stand for Tibet” (CYS4T). La comunità, formata da studenti cinesi all’estero, denunciava le violazioni dei diritti umani in Tibet e la censura di Pechino nelle università occidentali.

Zhang Yadi, la generazione dei “fogli bianchi”
Zhang appartiene alla generazione dei “fogli bianchi”, i giovani che nel 2022 manifestarono pacificamente contro la politica Zero Covid. Per molti di loro, quella stagione di protesta ha segnato il passaggio da un malcontento silenzioso a un attivismo consapevole.
Attraverso articoli e post sui social, Zhang raccontava la repressione culturale del Tibet:
“La storia dei gruppi etnici della Cina sud-occidentale è una storia di colonizzazione, lavaggio del cervello e assimilazione”, scriveva sul suo profilo X pochi giorni prima della scomparsa.
Dietro parole tanto forti, c’era una visione umanistica: far dialogare Han e tibetani, due mondi che il nazionalismo cinese ha spesso posto in conflitto.Cultura sotto sorveglianza: il braccio di ferro tra controllo statale e creatività connessa in Iran
Il silenzio della famiglia di Zhang Yadi e l’ombra del controllo
Zhang era tornata a Changsha per far visita alla famiglia il 5 luglio. Fino al 30 luglio comunicava regolarmente con amici e colleghi, poi il silenzio. Le dichiarazioni pubblicate dalla madre su WeChat, in cui si accennava a “motivi personali” per l’assenza della figlia, hanno aumentato i sospetti. Molti ritengono che anche la famiglia sia sotto pressione delle autorità locali.
Il caso di Zhang Yadi mostra come il controllo di Pechino non si limiti più ai confini nazionali. Attraverso ambasciate, università e organizzazioni culturali, il regime monitora la diaspora cinese, colpendo chiunque esprima opinioni critiche o mostri simpatia per le cause etniche.

L’avvocato Jiang Tianyong di Zhang Yadi e il nuovo giro di vite
A tentare di aiutare la famiglia di Zhang è stato Jiang Tianyong, noto avvocato per i diritti umani già arrestato nel 2015 durante la cosiddetta “stretta del 9 luglio”. Il 16 settembre, mentre incontrava la madre della ragazza in un caffè di Changsha, è stato prelevato con la forza da tre uomini non identificati. Da allora, anche di lui si sono perse le tracce.
Secondo diverse ONG, la sparizione dell’avvocato e quella della studentessa sono collegate: due episodi emblematici della nuova offensiva del governo cinese contro le voci indipendenti. L’obiettivo sarebbe scoraggiare i giovani della diaspora dall’impegnarsi in movimenti di critica o solidarietà verso il Tibet e le minoranze interne.
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Amnesty International: Zhang Yadi, “Un caso inquietante”
L’ONG Amnesty International ha definito la vicenda “profondamente inquietante”, chiedendo il rilascio immediato di Zhang Yadi e la possibilità per Jiang Tianyong di assistere legalmente la famiglia.
“Il caso – si legge nel comunicato – mostra l’estensione del controllo di Pechino anche sulle comunità cinesi all’estero. È essenziale che la comunità internazionale monitori queste denunce e garantisca protezione ai cittadini in pericolo”.
Amnesty aveva già segnalato nei suoi ultimi rapporti come la Cina stia intensificando le azioni di intimidazione transnazionale, colpendo dissidenti, accademici e giornalisti anche in Europa e Nord America.

Zhang Yadi, una voce che parla ancora
Nonostante il silenzio imposto dalle autorità, la voce di Zhang Yadi continua a circolare online. I suoi scritti e le sue riflessioni vengono condivisi dagli studenti cinesi all’estero come simbolo di coraggio e coscienza civile.
La sua storia non riguarda solo una singola scomparsa, ma l’intera generazione di giovani che cercano di conciliare appartenenza e libertà, identità e dissenso.
In un mondo dove la distanza geografica non protegge più dall’autoritarismo, la sparizione di una studentessa di 22 anni diventa il segno più chiaro di un nuovo tipo di repressione globale, in cui il controllo dello Stato non si ferma ai confini, ma si estende ovunque vi sia una voce che osa raccontare la verità.












