
La guerra in Sudan è diventata il nuovo terreno su cui Donald Trump misura la sua influenza globale. Mentre il conflitto devasta il Paese e minaccia l’equilibrio del Corno d’Africa, la Casa Bianca tenta una via diplomatica che passa dalle capitali arabe. Puntando su Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, l’amministrazione americana scommette su un fragile equilibrio di pressioni e alleanze per fermare la guerra più sanguinosa del continente.
La via araba alla pace di Trump
La strada di Donald Trump verso la pace in Sudan passa attraverso l’influenza delle monarchie arabe.
Mentre il conflitto sudanese si aggrava, con le Forze di Supporto Rapido (RSF) che hanno conquistato la città di el-Fasher nel Darfur, la Casa Bianca ha deciso di rilanciare un approccio multilaterale fondato sul dialogo con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il gruppo, noto come Quad, è stato creato nel 2023 per coordinare le iniziative diplomatiche nel Paese africano, oggi teatro di una delle peggiori crisi umanitarie del mondo.
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Guerra civile in Sudan, un conflitto che divide il continente
Dal 2023, la guerra civile in Sudan ha provocato oltre 150.000 vittime e milioni di sfollati.
Le ostilità oppongono l’esercito regolare guidato da Abdel Fattah al-Burhan alle forze paramilitari di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Entrambi i leader affondano le radici nella lunga storia militare e tribale del Paese, ma la guerra è ormai divenuta un conflitto regionale, con potenze vicine — dall’Egitto al Ciad — coinvolte in modo diretto o indiretto.
Gli Stati Uniti considerano la crisi non solo una tragedia umanitaria, ma un rischio strategico per la stabilità del Corno d’Africa e del Mar Rosso.

Il piano del Quad e l’ombra di Trump
L’amministrazione Trump ha rilanciato un piano in cinque punti firmato a settembre dal Quad, che prevede una tregua umanitaria, un cessate il fuoco permanente e il ritorno a un governo civile.
Ma più che i documenti, a contare è lo stile.
Il segretario di Stato Marco Rubio, indicato come architetto dell’approccio, punta su un mix di pressione e incentivazione verso i partner arabi, replicando la strategia già utilizzata da Trump in Medio Oriente durante i negoziati di Gaza.
L’idea è che nessuna pace sia possibile senza l’intervento dei grandi mediatori regionali. Come spiega Alex de Waal della World Peace Foundation: “La strada per la pace in Sudan passa per Il Cairo, Riyadh e Abu Dhabi. È lì che si decide chi può continuare a combattere e chi deve fermarsi.”
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L’eredità di Biden e la svolta negoziale
Secondo gli analisti, la precedente amministrazione Biden non era riuscita a mobilitare la stessa influenza.
“La diplomazia di Biden si è fermata ai livelli intermedi,” nota de Waal, “mentre nessun alto funzionario ha assunto un ruolo di guida.”
Trump, invece, sembra voler capitalizzare sul proprio approccio pragmatico e transazionale, già sperimentato con gli Accordi di Abramo e nelle trattative tra Congo e Ruanda.
Il suo obiettivo dichiarato è “porre fine alle guerre attraverso accordi che convengano a tutte le parti”. Ma la domanda resta: a quale prezzo?

Sudan, la guerra delle influenze
Il Sudan è oggi un campo di battaglia anche per le potenze straniere.
Secondo diverse fonti, Egitto, Iran e Russia sosterrebbero l’esercito regolare, mentre Emirati Arabi Uniti e Ciad sarebbero vicini alle RSF.
La molteplicità di attori esterni rende ogni trattativa fragile: gli stessi partner del Quad, infatti, sono accusati di sostenere fazioni contrapposte.
Per questo Washington intende usare la leva economica e diplomatica per ridurre i flussi di armi e costringere gli alleati a un tavolo unico.
“Trump ha la possibilità di agire dove altri hanno fallito,” spiega Liam Karr del Critical Threats Project, “ma deve essere disposto a usare non solo le carote, ma anche i bastoni.”
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Una diplomazia di scambio
L’approccio “transazionale” di Trump mira a creare accordi multilaterali di convenienza, in cui ogni attore ottiene qualcosa in cambio della cooperazione.
Nel caso del Sudan, ciò potrebbe significare concedere vantaggi economici o di sicurezza agli Emirati e all’Egitto in cambio della fine del sostegno militare alle fazioni locali.
Yasir Zaidan, esperto di politica sudanese, sostiene che questa tattica potrebbe funzionare solo “se Washington saprà bilanciare gli interessi regionali con la protezione dei civili e la stabilità politica del Sudan”.
Una pace imposta dall’alto, avverte, rischierebbe invece di ripetere gli errori del passato, premiando gli aggressori e non le riforme democratiche.

Un banco di prova per la leadership americana
Mentre la guerra continua, il Sudan diventa per Trump un test politico globale.
Il conflitto, per estensione e complessità, rappresenta la prima occasione concreta per dimostrare se la “diplomazia del fare affari” possa davvero generare risultati duraturi.
Se la Casa Bianca riuscirà a convincere Il Cairo, Riyadh e Abu Dhabi a contenere i rispettivi interessi, la pace in Sudan potrebbe diventare la vittoria geopolitica più importante del secondo mandato Trump.
Ma se fallisse, il prezzo sarebbe altissimo: un’altra guerra dimenticata, in un continente che non può permettersi di perdere altro sangue.
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