
Per alcuni anni Hong Kong è stata soprattutto una città da cui partire. Professionisti stranieri, aziende internazionali, giornalisti e investitori hanno progressivamente ridotto la propria presenza, mentre alla crisi economica si sovrapponeva una trasformazione politica ancora più profonda. Il sistema che aveva reso Hong Kong un’eccezione all’interno della Cina sembrava essersi definitivamente incrinato. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. L’economia cresce, i capitali stanno tornando, nuovi professionisti arrivano in città e gli affitti nei quartieri frequentati dagli expat ricominciano a salire. Dopo anni trascorsi a chiedersi se Hong Kong fosse finita, si parla nuovamente della sua capacità di attrarre ricchezza e talenti.
Ma è un ritorno soltanto parziale. Perché se la Hong Kong finanziaria sembra avere ritrovato parte della propria energia, quella politica, culturale e sociale che l’aveva resa diversa dalle altre grandi metropoli cinesi non è tornata. Ed è proprio questa contraddizione a definire la città nel 2026: più ricca e dinamica rispetto a pochi anni fa, ma anche molto meno libera.
Hong Kong torna ad attrarre capitali e professionisti stranieri
Il cambiamento è diventato evidente soprattutto nell’ultimo anno. Dopo l’esodo che aveva caratterizzato il periodo compreso tra il 2020 e il 2022, migliaia di lavoratori stranieri stanno tornando a Hong Kong, in particolare nei settori finanziario e manageriale. Nel 2025 sono stati approvati 31.278 nuovi visti per lavoratori stranieri, più del doppio rispetto a cinque anni prima. Diverse società occidentali hanno ricominciato a inviare in città i propri manager e le conseguenze sono già visibili nella vita quotidiana.
Gli affitti nelle aree tradizionalmente preferite dagli expat sono tornati a crescere, mentre nelle scuole internazionali diventa più difficile trovare posto. A favorire questo ritorno sono state anche precise scelte fiscali. Il governo locale ha ridotto la pressione sul reddito e, soprattutto, sui rendimenti dei fondi d’investimento, cercando di recuperare competitività nei confronti degli altri grandi hub finanziari. Il vantaggio può diventare considerevole. Il recruiter statunitense John Tozzi, per esempio, ha raccontato a Bloomberg di avere accettato una riduzione dello stipendio del 30 per cento per trasferirsi da New York a Hong Kong: grazie al diverso regime fiscale, il risultato economico finale rimane comunque conveniente.

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Il nuovo boom di Hong Kong arriva soprattutto dalla Cina
La ripresa, tuttavia, non è iniziata con il ritorno degli occidentali. Il primo motore è stato l’arrivo di persone e capitali dalla Cina continentale. Tra il 2023 e il 2024 il numero dei professionisti provenienti dal resto della Cina è quasi quintuplicato. Contemporaneamente, numerose aziende cinesi hanno scelto la Borsa di Hong Kong per quotarsi, contribuendo a riportare liquidità e dinamismo nel sistema finanziario locale.
Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da modificare gli equilibri internazionali della gestione patrimoniale. Nel 2026 Hong Kong ha superato la Svizzera come principale centro mondiale per la gestione dei patrimoni offshore, confermando quanto la città continui a essere strategica per la circolazione internazionale dei capitali cinesi. È proprio qui, però, che emerge uno dei paradossi della nuova Hong Kong. La città continua a funzionare come ponte finanziario tra la Cina e il resto del mondo, ma è sempre meno distinta politicamente e socialmente dalla Cina stessa.
Da “un Paese, due sistemi” alla svolta del 2019
Per comprendere cosa sia cambiato bisogna tornare al principio che aveva definito Hong Kong per decenni: “un Paese, due sistemi”. Pur appartenendo alla Cina, la città disponeva di un grado di autonomia sconosciuto nel resto del Paese. Libertà di stampa e di espressione, internet aperto, tribunali indipendenti e uno stato di diritto considerato affidabile avevano contribuito a trasformarla in uno dei principali centri economici e culturali dell’Asia.
Questa combinazione era il vero vantaggio competitivo di Hong Kong: accesso privilegiato all’economia cinese senza dover rinunciare alle garanzie istituzionali richieste dalle grandi aziende internazionali. La svolta arrivò nel 2019, con le grandi proteste democratiche e la successiva repressione delle autorità cinesi. Negli anni seguenti migliaia di persone furono perseguite e lo spazio concesso al dissenso venne drasticamente ridotto. Formalmente Hong Kong conserva ancora istituzioni separate. Nella pratica, però, l’autonomia rispetto a Pechino si è fortemente ridimensionata.
La pandemia e l’esodo che svuotò Hong Kong
Alla crisi politica si aggiunse poi la pandemia. Tra il 2020 e il 2022 Hong Kong mantenne restrizioni particolarmente rigide e prolungate, seguendo a lungo la strategia cinese contro il coronavirus. Per una città costruita sulla mobilità internazionale fu un colpo durissimo. Finanzieri, avvocati, giornalisti e manager cominciarono a trasferirsi altrove. Singapore e Dubai furono tra le principali destinazioni alternative, mentre multinazionali e istituzioni finanziarie ridimensionavano la propria presenza.
Anche il mercato immobiliare, storicamente uno dei più costosi al mondo, iniziò a mostrare segnali di debolezza. Sembrava il principio di un declino strutturale. Oggi i numeri raccontano qualcosa di diverso, ma non necessariamente un ritorno alla città precedente al 2019.

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La finanza riparte, la cultura resta sotto pressione
È soprattutto osservando la vita culturale che la distanza tra la vecchia e la nuova Hong Kong diventa evidente. Prima della repressione, la città possedeva una scena artistica, editoriale e musicale capace di beneficiare di una libertà praticamente inesistente nella Cina continentale. Era uno spazio nel quale culture diverse potevano incontrarsi e nel quale l’espressione artistica aveva margini considerevolmente più ampi.
Oggi quel mondo è molto più fragile. Artisti, editori e operatori culturali devono confrontarsi con un sistema in cui l’autocensura è diventata parte della quotidianità. A luglio, cinque persone legate a librerie indipendenti sono state arrestate con l’accusa di avere venduto pubblicazioni considerate sovversive dalle autorità. È un episodio che racconta bene il limite della ripresa attuale: si può incentivare il ritorno dei capitali con una tassazione favorevole, ma ricostruire una cultura libera è molto più difficile.
Hong Kong è ancora diversa dalle altre città cinesi?
La domanda decisiva riguarda quindi l’identità stessa della città. Per decenni Hong Kong non era importante soltanto perché ricca. Shanghai, Shenzhen e Pechino sono a loro volta enormi centri economici. La sua forza derivava dalla possibilità di essere contemporaneamente dentro e fuori il sistema cinese. Quel confine oggi è molto più sottile.
Stephen Roach, ex responsabile per l’Asia di Morgan Stanley, ha sintetizzato questa trasformazione sostenendo che Hong Kong sia diventata «soltanto un’altra grande città cinese». Una definizione volutamente netta, ma che individua il nodo centrale. Se le differenze istituzionali, culturali e politiche rispetto alla Cina continentale continuano a diminuire, il vantaggio che per decenni ha giustificato il ruolo eccezionale di Hong Kong potrebbe diventare sempre meno evidente.

La nuova Hong Kong dipende sempre di più da Pechino
Esiste infine un elemento di fragilità nella ripresa economica: una parte crescente del nuovo dinamismo dipende direttamente dalla Cina. Sono cinesi molti dei capitali che hanno alimentato la ripartenza. Sono cinesi numerosi professionisti arrivati negli ultimi anni. Ed è Pechino, in ultima analisi, a determinare i margini entro cui Hong Kong può continuare a funzionare come piattaforma finanziaria internazionale.
Anche fattori esterni hanno aiutato. Le tensioni in Medio Oriente hanno reso temporaneamente meno appetibili alcuni hub finanziari del Golfo, contribuendo a riportare attenzione sull’Asia. Ma la questione fondamentale rimane invariata: quanto può essere autonoma la crescita di una città che ha progressivamente perso la propria autonomia politica? Hong Kong, dunque, non è finita. I capitali circolano, gli investitori tornano, le aziende assumono e la città conserva un peso finanziario enorme. Ma non è nemmeno tornata quella di prima.
La sua rinascita racconta piuttosto una trasformazione: Hong Kong sta recuperando valore economico mentre perde parte della propria eccezionalità politica e culturale. Può ancora essere una delle città più importanti dell’Asia, ma per ragioni sempre più diverse da quelle che l’avevano resa unica. Ed è in questa distanza tra ciò che sta tornando e ciò che probabilmente non tornerà che si trova la vera storia della Hong Kong di oggi.













