Eredità Globale

11 settembre, 25 anni dopo: il giorno che cambiò l’America e il mondo

Dalle Torri Gemelle alla guerra al terrorismo, dalla sorveglianza di massa al declino del momento unipolare americano: gli attentati del 2001 continuano a influenzare il presente

di Naomi Lanciano | Settembre 11, 2026
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Venticinque anni dopo, l’11 settembre 2001 non appartiene soltanto alla memoria. Gli attentati contro le Torri Gemelle e il Pentagono modificarono la politica estera degli Stati Uniti, ampliarono i poteri dell’esecutivo e degli apparati di sicurezza, cambiarono il rapporto dell’Occidente con il terrorismo e contribuirono a ridisegnare gli equilibri internazionali. Capire quella giornata significa quindi comprendere una parte importante del mondo in cui viviamo oggi.

102 minuti che cambiarono gli Stati Uniti

La mattina dell’11 settembre 2001 New York si svegliò sotto un cielo limpido. Alle 8:46, il volo American Airlines 11 si schiantò contro la Torre Nord del World Trade Center. Inizialmente si pensò a un incidente. Diciassette minuti dopo, alle 9:03, il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud. A quel punto non c’erano più dubbi: gli Stati Uniti erano sotto attacco. I due aerei erano parte di un’operazione coordinata di al Qaida, l’organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden. Quella mattina furono dirottati quattro voli di linea. Il volo American Airlines 77 colpì il Pentagono alle 9:37. Il quarto, United Airlines 93, precipitò alle 10:03 vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo la reazione dei passeggeri contro i dirottatori. L’obiettivo potrebbe essere stato la Casa Bianca o il Campidoglio, ma non fu mai stabilito con certezza.

A New York, intanto, gli incendi provocati dagli impatti stavano compromettendo le strutture delle Torri Gemelle. Alle 9:59 crollò la Torre Sud. Alle 10:28 cedette anche la Torre Nord. In poco più di un’ora e mezza, uno dei simboli della potenza economica americana era scomparso dallo skyline di Manhattan. Quel giorno morirono circa tremila persone di 90 nazionalità. Tra loro centinaia di vigili del fuoco e agenti impegnati nelle operazioni di soccorso. Migliaia furono i feriti, mentre l’esposizione alle polveri e alle sostanze tossiche liberate dai crolli avrebbe continuato a provocare conseguenze sanitarie negli anni successivi. Ma il bilancio dell’11 settembre non si sarebbe fermato a Ground Zero.

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Dall’11 settembre alla “guerra al terrore”

La sera degli attentati il presidente George W. Bush parlò alla nazione dallo Studio Ovale. Una frase anticipò la direzione che Washington avrebbe seguito: gli Stati Uniti non avrebbero distinto tra i responsabili degli attacchi e chi offriva loro protezione. Il 7 ottobre cominciarono i bombardamenti in Afghanistan. L’obiettivo era colpire al Qaida e rovesciare il regime dei talebani, accusato di avere dato rifugio a bin Laden. Quella che inizialmente appariva come una risposta agli attentati si trasformò progressivamente in una strategia globale. L’amministrazione Bush arrivò a sostenere che la sicurezza americana richiedesse non soltanto di eliminare i responsabili dell’11 settembre, ma anche di neutralizzare preventivamente potenziali minacce.

Nel 2003 gli Stati Uniti invasero l’Iraq sulla base di accuse relative alle armi di distruzione di massa che si rivelarono false. Saddam Hussein non aveva inoltre un ruolo provato negli attentati dell’11 settembre. Le conseguenze andarono ben oltre Washington. Afghanistan e Iraq impegnarono gli Stati Uniti per anni, provocarono un enorme numero di vittime civili e destabilizzarono ulteriormente il Medio Oriente. L’invasione dell’Iraq contribuì anche a creare le condizioni nelle quali, anni dopo, sarebbe emerso lo Stato Islamico. Il ritiro dall’Afghanistan del 2021, seguito dal rapidissimo ritorno al potere dei talebani, divenne l’immagine più evidente dei limiti di quella strategia: vent’anni di guerra non erano riusciti a costruire l’ordine politico immaginato dopo l’11 settembre.

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Più sicurezza, più potere e meno privacy

La trasformazione non riguardò soltanto la politica estera. L’11 settembre modificò profondamente anche le istituzioni americane e il rapporto tra cittadini e sicurezza. Pochi giorni dopo gli attentati, il Congresso approvò l’Authorization for Use of Military Force, che attribuiva al presidente ampi poteri nell’impiego della forza contro soggetti collegati agli attacchi. Quel provvedimento sarebbe stato utilizzato negli anni successivi come base per operazioni militari ben oltre l’Afghanistan. Furono poi creati il dipartimento per la Sicurezza interna e l’Immigration and Customs Enforcement. I controlli aeroportuali cambiarono radicalmente e le norme sull’immigrazione divennero progressivamente più rigide.

Soprattutto, aumentò enormemente la capacità degli apparati statali di raccogliere e condividere informazioni. La Commissione d’indagine sull’11 settembre concluse nel 2004 che prima degli attentati gli Stati Uniti non erano riusciti a “unire i puntini”: diverse agenzie possedevano frammenti di informazioni sui terroristi, ma carenze organizzative e problemi nella condivisione dei dati impedirono di costruire un quadro complessivo. La risposta fu l’espansione degli strumenti di intelligence e sorveglianza. Una trasformazione che contribuì alla prevenzione di nuovi attacchi su quella scala, ma aprì un conflitto destinato a durare: quanta libertà può essere sacrificata in nome della sicurezza? Guantánamo ne rappresenta ancora oggi uno dei simboli più controversi. La detenzione senza un normale processo di persone sospettate di terrorismo ha mostrato quanto la risposta all’11 settembre abbia messo sotto pressione principi fondamentali dello stato di diritto.

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L’11 settembre cambiò anche il rapporto con l’islam

La “guerra al terrore” ebbe conseguenze sociali che superarono i confini statunitensi. Le comunità musulmane furono progressivamente associate, nel dibattito pubblico occidentale, alla questione della sicurezza. Gli attentati successivi di al Qaida in Europa, a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005, rafforzarono paure e diffidenze. Questioni che ancora oggi attraversano il confronto politico europeo, dall’immigrazione alla presenza delle moschee, affondano parte delle proprie radici nel clima costruito dopo il 2001. La lotta al terrorismo fornì inoltre una nuova giustificazione politica a governi molto diversi. Anche la Cina si propose come partner degli Stati Uniti nella “guerra al terrore”, utilizzando quella cornice per intensificare la repressione della minoranza musulmana uigura nello Xinjiang. La risposta a un attacco terroristico aveva così prodotto un linguaggio globale della sicurezza che poteva essere applicato a contesti molto differenti.

Il prezzo geopolitico della guerra al terrorismo

C’è infine una conseguenza meno immediata, ma probabilmente decisiva per comprendere il presente. Nel 2001 gli Stati Uniti si trovavano ancora nel loro cosiddetto “momento unipolare”. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, nessun’altra potenza disponeva contemporaneamente di una forza militare, economica e tecnologica paragonabile a quella americana. L’11 settembre deviò quella traiettoria. Washington concentrò per due decenni enormi risorse politiche, militari ed economiche sul Medio Oriente proprio mentre in Asia cresceva la potenza destinata a diventare il suo principale concorrente strategico: la Cina. L’idea di un pivot to Asia attraversò diverse amministrazioni americane, senza tradursi per lungo tempo in un vero disimpegno dal Medio Oriente. La guerra al terrorismo non è stata naturalmente l’unica causa del ridimensionamento dell’egemonia americana. Ma ha contribuito a consumare risorse, credibilità internazionale e capitale politico proprio nel momento in cui l’ordine mondiale iniziava a trasformarsi.

Venticinque anni dopo, l’11 settembre appartiene alla storia. Le sue conseguenze no

Dal 2001 sono nate nel mondo oltre tre miliardi di persone. Per una parte crescente della popolazione globale, le immagini degli aerei contro le Torri Gemelle non appartengono a un ricordo personale: sono immagini d’archivio. Eppure quella generazione vive dentro le conseguenze di quell’evento. Le procedure di sicurezza negli aeroporti, la sorveglianza digitale, l’ampliamento dei poteri dell’esecutivo americano, Guantánamo, le guerre in Afghanistan e Iraq, il rapporto tra Occidente e islam, la destabilizzazione del Medio Oriente e persino una parte dell’attuale competizione tra Stati Uniti e Cina non possono essere compresi pienamente senza tornare all’11 settembre. A Ground Zero, oggi, due grandi vasche occupano esattamente lo spazio su cui sorgevano le Torri Gemelle. L’acqua scende continuamente verso un vuoto centrale, mentre sui parapetti sono incisi i nomi delle vittime. È un memoriale costruito attorno a un’assenza. Ma a venticinque anni di distanza il paradosso dell’11 settembre è proprio questo: gli edifici che furono colpiti non esistono più, mentre il mondo politico e geopolitico nato da quella giornata, in molte delle sue forme, esiste ancora.