Economia digitale

L’intelligenza artificiale vale miliardi, ma Internet rischia di perdere la propria memoria

Mentre Anthropic punta a Wall Street, le restrizioni contro l’intelligenza artificiale minacciano Internet Archive e la memoria digitale collettiva

di Redazione di The Outline | Ottobre 27, 2026
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L‘intelligenza artificiale sta diventando uno dei settori più importanti dell’economia mondiale, attirando investimenti miliardari e alimentando aspettative di crescita senza precedenti. Eppure, mentre le aziende tecnologiche si preparano a trasformare questa rivoluzione in un’opportunità finanziaria, Internet rischia di perdere una parte della propria memoria. La possibile quotazione di Anthropic e le crescenti difficoltà di Internet Archive raccontano due conseguenze della stessa trasformazione: la conoscenza digitale è diventata una risorsa economica sempre più preziosa, ma proprio la necessità di proteggerla dallo sfruttamento commerciale potrebbe comprometterne la conservazione.

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Anthropic e Internet Archive: il paradosso dell’economia dell’intelligenza artificiale

Da una parte ci sono le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale, sostenute da investitori disposti a finanziare progetti dal valore potenziale enorme. Dall’altra ci sono editori e produttori di contenuti che cercano di impedire l’utilizzo non autorizzato del proprio lavoro, introducendo restrizioni sempre più severe all’accesso automatizzato ai siti Internet. In mezzo si trova un patrimonio di informazioni costruito nell’arco di decenni, che alimenta lo sviluppo tecnologico ma rappresenta anche una memoria collettiva da preservare. Il problema emerge quando gli strumenti utilizzati per difendere i contenuti dalle aziende di AI finiscono per ostacolare organizzazioni come Internet Archive, che da trent’anni conserva copie delle pagine web attraverso Wayback Machine.

Questa contraddizione diventa particolarmente evidente osservando le prospettive economiche del settore. Anthropic, la società che ha sviluppato Claude, ha presentato la documentazione necessaria per avviare la quotazione al Nasdaq, aprendo la strada a quella che potrebbe diventare una delle operazioni finanziarie più importanti nella storia della Borsa statunitense. L’azienda punta a raccogliere fino a 100 miliardi di dollari, mentre alcune stime ipotizzano una valutazione superiore ai 2.000 miliardi nel primo giorno di contrattazioni. Una prospettiva che racconta quanto gli investitori siano convinti del potenziale dell’intelligenza artificiale, nonostante le incertezze sulla sostenibilità economica delle imprese che la sviluppano.

La quotazione di Anthropic e i costi nascosti della rivoluzione AI

I documenti finanziari resi pubblici da Anthropic mostrano un settore caratterizzato da una crescita straordinaria, accompagnata però da una necessità di capitali altrettanto elevata. Nei primi sei mesi del 2026, la società ha registrato un fatturato di 16,3 miliardi di dollari, circa quattordici volte quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato riflette soprattutto l’espansione dei servizi rivolti alle imprese, che utilizzano Claude e gli altri strumenti della società per integrare l’intelligenza artificiale nelle proprie attività. La crescita dei ricavi non è stata tuttavia sufficiente a compensare le perdite, arrivate a 80,7 miliardi di dollari nel primo semestre, contro i 13 miliardi dello stesso periodo del 2025.

Questi numeri restituiscono la dimensione economica di una trasformazione che richiede investimenti continui. Lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale comporta infatti costi elevatissimi, che Anthropic ha finora sostenuto attraverso finanziamenti privati e indebitamento. La quotazione rappresenta quindi uno strumento per ottenere nuove risorse e continuare a competere in un mercato nel quale anche OpenAI si prepara a un possibile ingresso in Borsa. Il futuro dell’AI dipende dalla capacità delle aziende di finanziare la propria espansione, ma anche dalla disponibilità delle informazioni necessarie ad alimentare e migliorare i loro sistemi.

È proprio questo secondo aspetto a collegare la corsa finanziaria delle aziende tecnologiche alla progressiva chiusura di una parte di Internet. I modelli linguistici vengono addestrati utilizzando grandi quantità di dati, spesso raccolti attraverso il web scraping, una tecnica che consente a programmi automatizzati di consultare ed estrarre informazioni dai siti. Le stesse pagine che rappresentano un patrimonio di conoscenza pubblica diventano così una risorsa strategica per imprese private, capaci di trasformare testi, documenti e contenuti online in servizi commerciali.

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Internet Archive e intelligenza artificiale: quando proteggere i dati significa perderli

Per gli editori, questa trasformazione ha conseguenze economiche concrete. Produrre informazione richiede risorse, competenze e investimenti, mentre i programmi utilizzati per raccogliere dati possono generare un traffico considerevole senza contribuire ai ricavi dei siti. I bot non sottoscrivono abbonamenti e non interagiscono con la pubblicità; inoltre, quando i contenuti vengono rielaborati direttamente dai chatbot, gli utenti possono ottenere le informazioni desiderate senza visitare le pagine originali. La difesa dei contenuti editoriali diventa quindi una questione di sopravvivenza economica, soprattutto per un settore che affronta da tempo le difficoltà del modello pubblicitario tradizionale.

Per limitare l’utilizzo non autorizzato dei propri materiali, numerose testate hanno introdotto sistemi capaci di bloccare la raccolta automatizzata dei dati. Tra queste figurano il New York Times, il Guardian, Le Monde e l’Atlantic, insieme a centinaia di giornali locali. Il problema è che alcune restrizioni coinvolgono anche Wayback Machine, perché le aziende di intelligenza artificiale possono utilizzare gli archivi pubblici per recuperare contenuti ai quali non riescono più ad accedere direttamente. Nel tentativo di impedire lo sfruttamento commerciale del proprio lavoro, gli editori rischiano così di limitarne anche la conservazione storica.

Internet Archive utilizza infatti strumenti automatizzati per creare copie delle pagine web e renderle consultabili nel tempo, anche quando i siti vengono modificati, cancellati o cessano di esistere. Non si tratta di un’attività finalizzata alla vendita dei contenuti, ma alla costruzione di un archivio pubblico e indipendente. Eppure, quando l’accesso viene bloccato indiscriminatamente, la distinzione tra raccolta commerciale e conservazione culturale finisce per scomparire. Il risultato è che le versioni più recenti di numerosi siti non vengono più archiviate, interrompendo una documentazione che, in alcuni casi, proseguiva da molti anni.

Il valore dei dati per l’AI e il diritto alla memoria digitale

La dimensione del problema emerge osservando quanto rapidamente scompaiano le informazioni online. Secondo uno studio del Pew Research Center, circa il 38 per cento delle pagine web esistenti nel 2013 non risultava più accessibile nel 2023. Anche tra i contenuti pubblicati nel 2021, uno su cinque era già scomparso appena due anni dopo. Una successiva analisi di Internet Archive ha rilevato che il 16 per cento degli indirizzi non più disponibili considerati nello studio poteva ancora essere consultato attraverso Wayback Machine. Senza strumenti di archiviazione, una parte significativa della storia digitale sarebbe destinata a scomparire senza lasciare traccia pubblica.

Le conseguenze vanno ben oltre la possibilità di recuperare vecchi articoli. Gli archivi digitali permettono a giornalisti, ricercatori, storici e cittadini di verificare dichiarazioni passate, confrontare versioni differenti di documenti istituzionali e ricostruire informazioni successivamente eliminate. Anche Wikipedia utilizza frequentemente le pagine conservate da Internet Archive per garantire la verificabilità delle proprie fonti. La memoria del web non è quindi soltanto una raccolta di contenuti del passato, ma uno strumento attraverso cui è possibile controllare l’attendibilità delle informazioni nel presente.

Il ruolo degli archivi assume un’importanza ancora maggiore in un contesto nel quale l’intelligenza artificiale sta modificando il rapporto tra utenti e conoscenza. Se una quantità crescente di informazioni viene consultata attraverso sistemi che elaborano e sintetizzano materiali prodotti da altri, la possibilità di risalire alle fonti originali diventa essenziale. La conservazione dei documenti non garantisce automaticamente la correttezza di ciò che viene raccontato, ma offre gli strumenti necessari per verificarlo. Una società che produce sempre più informazioni attraverso l’AI non può permettersi di perdere la possibilità di controllare quelle su cui tale tecnologia si fonda.

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Anthropic, editori e Internet Archive: chi sostiene il costo della conoscenza?

Il contrasto tra il valore attribuito alle aziende di intelligenza artificiale e le difficoltà incontrate dagli archivi pubblici solleva una questione più ampia: chi deve sostenere il costo della produzione e della conservazione della conoscenza? Anthropic può aspirare a una valutazione di migliaia di miliardi di dollari perché gli investitori riconoscono un enorme potenziale economico alle applicazioni dell’AI. Gli editori, al contrario, devono confrontarsi quotidianamente con la necessità di finanziare la produzione di contenuti originali, mentre Internet Archive cerca di garantirne la conservazione senza perseguire finalità commerciali. Sono tre soggetti con obiettivi differenti, ma appartenenti allo stesso ecosistema digitale, nel quale le scelte di ciascuno possono influenzare le possibilità degli altri.

La questione non può essere risolta semplicemente chiedendo agli editori di rinunciare alla protezione del proprio lavoro. Le loro preoccupazioni sono fondate, soprattutto quando grandi aziende tecnologiche utilizzano informazioni prodotte da terzi per sviluppare servizi capaci di competere con le fonti originali. Allo stesso tempo, però, impedire a una biblioteca digitale di conservare contenuti non risolve il problema della remunerazione del giornalismo. Rischia piuttosto di trasferire sulla collettività una parte dei costi della competizione economica tra editori e imprese tecnologiche.

Brewster Kahle, fondatore di Internet Archive, ha riconosciuto le ragioni degli editori, sottolineando come il giornalismo richieda investimenti e abbia bisogno di essere tutelato. Ha però contestato l’efficacia delle restrizioni rivolte agli archivi pubblici, osservando che «bloccare una biblioteca senza scopo di lucro è la risposta sbagliata a questo problema». La sua posizione mette in evidenza un limite dell’approccio adottato da numerosi siti: la necessità di difendere un’attività commerciale non dovrebbe tradursi nell’eliminazione di una risorsa culturale condivisa.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non può prescindere dalla storia di Internet

Il confronto tra Anthropic e Internet Archive mostra quanto sia riduttivo valutare la trasformazione digitale esclusivamente attraverso indicatori finanziari. La crescita delle aziende di intelligenza artificiale, le loro prospettive di quotazione e le risorse necessarie a sviluppare nuovi modelli raccontano certamente una parte fondamentale del cambiamento in corso. Ma accanto all’economia dell’innovazione esiste un’economia della conoscenza, fondata sul lavoro di chi produce informazioni e sull’attività di chi le conserva affinché possano essere consultate anche in futuro.

Il rischio è che la competizione per attribuire un valore commerciale ai contenuti finisca per indebolire proprio quell’ambiente informativo che ha reso possibile lo sviluppo delle nuove tecnologie. Una rete nella quale le informazioni vengono progressivamente sottratte agli archivi pubblici non diventa necessariamente più sostenibile per chi le produce; diventa, invece, più difficile da studiare, verificare e comprendere. E mentre le aziende tecnologiche raccolgono capitali per costruire sistemi sempre più avanzati, la possibilità di ricostruire ciò che Internet ha raccontato nel corso degli anni rischia di restringersi.

La sfida non consiste dunque nello scegliere tra il progresso dell’intelligenza artificiale e la difesa della proprietà intellettuale, ma nel riconoscere che innovazione, sostenibilità economica e memoria pubblica devono poter coesistere. Servono soluzioni capaci di distinguere l’utilizzo commerciale dei contenuti dalla loro conservazione indipendente, evitando che la tutela degli interessi privati produca conseguenze irreversibili sul patrimonio informativo collettivo.

Il vero paradosso della rivoluzione dell’intelligenza artificiale è tutto qui: mentre il mercato attribuisce un valore sempre maggiore alla capacità delle macchine di elaborare la conoscenza umana, quella stessa conoscenza rischia di diventare meno accessibile nel tempo. Il successo economico di Anthropic e delle altre aziende del settore potrà dimostrare quanto sia redditizio costruire nuove tecnologie a partire dalle informazioni. Ma il progresso non può essere misurato soltanto da ciò che siamo capaci di generare. Dipende anche da ciò che scegliamo di non dimenticare.