
Con la diffusione delle piattaforme di messaggistica e delle dating app, il ghosting è diventato un comportamento sempre più comune. Che si concretizza nello sparire da una conversazione senza spiegazioni, interrompendo ogni contatto.
Chi lo subisce lo vive spesso come un gesto crudele o immotivato. Ansia, senso di colpa, frustrazione: il silenzio improvviso attiva un vortice di emozioni negative, amplificate dall’assenza di risposte. È proprio l’ignoto a fare più male: non sapere perché qualcuno se ne sia andato apre la porta a ipotesi pessimistiche e autocritiche.
Il ghosting e l’altra faccia del silenzio
Ma cosa succede dall’altro lato dello schermo? Perché le persone ghostano?
Secondo lo psicologo clinico Charlie Heriot-Maitland, il ghosting non nasce necessariamente da cattiveria o disinteresse. È piuttosto una risposta di sopravvivenza. Il cervello, quando percepisce una relazione come potenzialmente minacciosa, privilegia la sicurezza immediata rispetto al benessere relazionale a lungo termine. Sparire diventa un modo per ridurre lo stress, evitare il conflitto e proteggersi da scenari emotivi temuti.
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Quando il cervello, pratigando ghosting, sceglie la via più breve
Nel suo libro Controlled Explosions in Mental Health, Heriot-Maitland spiega che il ghosting funziona come altre strategie difensive quotidiane: procrastinare per paura di fallire, ritirarsi socialmente per evitare il rifiuto.
Il processo è rapido, automatico, spesso inconscio. Rispondere a un messaggio può attivare ansia, vergogna, paura del confronto. Il silenzio, invece, offre un sollievo immediato. Il problema è che il cervello sceglie ciò che sembra più sicuro nel presente, ignorando le conseguenze future sulle relazioni.

Ghostare è una protezione che diventa trappola
Il ghosting non è una pratica innocua. Nel tempo può trasformarsi in un comportamento auto-rinforzante: più si evita il confronto, più aumenta la difficoltà di restare in relazione.
Questo schema può estendersi anche alla vita offline, portando a evitare incontri, relazioni o situazioni emotivamente impegnative per paura di sentirsi sopraffatti. Il risultato è un paradosso: per proteggersi dal dolore, si finisce per alimentare solitudine e distacco.
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Perché giudicare il ghosting non aiuta
Etichettare il ghosting come “maleducato”, “tossico” o “immorale” raramente spezza il ciclo. Al contrario, questo tipo di giudizio morale tende ad aumentare vergogna e senso di inadeguatezza, rafforzando il bisogno di sparire di nuovo.
Questo non significa negare il dolore di chi viene ghostato, ma riconoscere che la condanna non è uno strumento efficace per cambiare il comportamento.

Comprendere il ghosting per scegliere diversamente
La domanda centrale non è se il ghosting sia giusto o sbagliato, ma che funzione sta svolgendo. Da cosa sta proteggendo chi lo pratica?
Riconoscere la paura, il bisogno non espresso, il disagio emotivo permette di aprire nuove possibilità di scelta. Non si tratta di giustificare tutto o di forzare comportamenti diversi, ma di ridurre il danno senza aumentare la vergogna.
Spezzare il ciclo richiede compassione: verso sé stessi e verso gli altri. È da qui che può nascere un modo più sicuro e consapevole di restare in relazione, senza distruggere i legami che, in fondo, desideriamo.
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