
La Spagna vuole aggiungere una nuova porzione di mare alla propria mappa delle aree protette. Il governo di Madrid ha avviato una consultazione pubblica per istituire 23 nuove aree marine protette, distribuite soprattutto tra le Isole Canarie e il Mediterraneo. Nel complesso, la proposta riguarda 22.405 chilometri quadrati di acque, un’estensione che comprende habitat e specie particolarmente vulnerabili: dalla posidonia ai cetacei, dalle tartarughe marine ai coralli, passando per canyon sottomarini e importanti aree frequentate dagli uccelli marini.
Non è però soltanto una questione di numeri. La nuova proposta arriva mentre la Spagna cerca di recuperare terreno rispetto agli obiettivi europei e internazionali sulla conservazione degli oceani, dopo essere stata criticata per la distanza tra la superficie formalmente protetta e la protezione effettivamente garantita.
23 nuove aree marine tra Canarie e Mediterraneo
La proposta è stata presentata a luglio dal Ministero spagnolo per la Transizione Ecologica e la Sfida Demografica (Miteco). Il piano prevede la designazione di 23 nuove aree attraverso due strumenti della rete europea Natura 2000: 21 siti di interesse comunitario (SIC) e due zone di protezione speciale (ZPS) dedicate agli uccelli marini.
La maggior parte degli interventi riguarda le Canarie. Dei 21 nuovi siti di interesse comunitario, 17 si trovano nell’arcipelago atlantico e coprono complessivamente circa 2.209 chilometri quadrati. Le due nuove zone di protezione speciale, sempre alle Canarie, aggiungerebbero altri 14.855 chilometri quadrati. Il resto del progetto guarda al Mediterraneo. Quattro siti, per un totale di circa 5.341 chilometri quadrati, sono stati individuati al largo delle coste di Valencia, Almería, Granada e dell’isola di Maiorca.
Una distribuzione che riflette la varietà degli ambienti che il governo vuole tutelare. Non c’è soltanto il fondale costiero più vicino alla terraferma: tra le aree considerate ci sono ecosistemi profondi, canyon sottomarini e zone utilizzate da diverse specie durante gli spostamenti e i cicli riproduttivi.

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Dalla posidonia ai cetacei: cosa si vuole proteggere
Tra gli habitat indicati nella proposta c’è la Posidonia oceanica, una pianta marina endemica del Mediterraneo che forma vere e proprie praterie sottomarine. Sono ecosistemi importanti per la biodiversità costiera e contribuiscono anche alla conservazione dei fondali.
Ma l’elenco comprende anche tartarughe marine, delfini e altri cetacei, oltre a coralli e altri habitat vulnerabili. Per quanto riguarda gli uccelli, la proposta considera in particolare specie come la berta e il petrello, che utilizzano le acque intorno alle isole per alimentarsi e spostarsi. Proteggere questi ambienti significa quindi intervenire su una parte dell’ecosistema che spesso rimane invisibile dalla superficie. È proprio sotto il livello dell’acqua che si trovano alcuni degli habitat più delicati e, allo stesso tempo, più esposti alle attività umane.
La designazione di un’area come protetta, però, non significa automaticamente che ogni attività venga vietata. Nella fase iniziale prevista dal governo spagnolo, le zone interessate saranno sottoposte a un livello maggiore di tutela, senza modificare necessariamente attività come pesca e navigazione. Ed è qui che la questione diventa più complessa.

Il traguardo del 30 per cento entro il 2030
La nuova proposta si inserisce nel cosiddetto obiettivo 30×30, cioè l’impegno a portare entro il 2030 almeno il 30 per cento delle aree terrestri e marine sotto una qualche forma di protezione. È un obiettivo adottato a livello internazionale e ripreso dall’Unione europea nella Strategia sulla biodiversità per il 2030. Per gli Stati membri non si tratta soltanto di aumentare sulla carta la superficie protetta, ma di costruire una rete capace di contribuire concretamente alla conservazione degli ecosistemi.
Secondo il Miteco, le 23 nuove aree consentirebbero alla Spagna di aumentare di 2,08 punti percentuali la quota delle proprie acque sotto sovranità o giurisdizione nazionale che beneficiano di protezione. Il totale arriverebbe così al 24,53 per cento. La distanza dal 30 per cento resterebbe quindi ancora significativa. Ma il dato percentuale racconta solo una parte della storia.

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Il problema delle aree protette che proteggono poco
La Spagna ha già designato circa 240.000 chilometri quadrati di acque marine come aree protette. Eppure proprio questo sistema è stato oggetto di critiche da parte delle istituzioni europee e delle organizzazioni ambientaliste. Il punto contestato non è soltanto quanti chilometri quadrati vengano inseriti nelle statistiche, ma che cosa sia realmente vietato o limitato all’interno di quelle aree.
Le associazioni ambientaliste sostengono da tempo che molte delle zone già protette non dispongano di misure sufficientemente incisive per fermare le attività più dannose. Tra queste viene citata soprattutto la pesca a strascico, pratica che può alterare profondamente i fondali e gli habitat marini.
A rafforzare queste perplessità c’è anche la ricerca scientifica. Uno studio pubblicato sulla rivista Marine Policy ha rilevato che in quasi due terzi delle acque spagnole formalmente protette le misure adottate non sarebbero sufficienti a garantire una tutela adeguata della biodiversità. È una distinzione decisiva: proteggere un’area sulla carta e proteggerla nella pratica non sono necessariamente la stessa cosa.

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La consultazione durerà fino al 15 settembre
La consultazione pubblica sulle nuove aree marine resterà aperta fino al 15 settembre. Il procedimento servirà a raccogliere osservazioni prima della definizione delle nuove designazioni. Per Madrid il progetto rappresenta un passo verso il 30×30 e, allo stesso tempo, un tentativo di rispondere alle contestazioni accumulate negli ultimi anni. Ma l’aumento della superficie protetta non risolve da solo il problema della conservazione degli ecosistemi marini.
Il vero banco di prova sarà ciò che accadrà dopo la designazione: quali attività saranno effettivamente limitate, quali controlli verranno effettuati e quanto saranno rispettate le regole. Perché 22.405 chilometri quadrati possono essere un numero enorme, ma se una parte di quel mare continua a essere sottoposta alle stesse pressioni di prima, la distanza tra protezione dichiarata e protezione reale rimane intatta.












