
Aprire un’economia significa aumentare la concorrenza, ampliare l’offerta e permettere ai consumatori di accedere più facilmente ai prodotti stranieri. Almeno in teoria. In Argentina, le politiche di liberalizzazione portate avanti dal presidente Javier Milei stanno producendo anche un effetto meno previsto: la rapida espansione di un mercato parallelo nel quale convivono contrabbando, merci contraffatte, importazioni sottodichiarate ed e-commerce difficili da controllare.
Il fenomeno non è nuovo per il Paese, soprattutto nelle province di confine. A essere cambiata negli ultimi due anni è però la sua dimensione. Abbigliamento, smartphone, pneumatici, alimentari, bevande e oggetti di uso quotidiano entrano sempre più spesso nel mercato argentino attraverso circuiti che aggirano, completamente o in parte, i normali meccanismi doganali.
Dietro questa trasformazione ci sono diversi fattori: il rafforzamento del peso, la riduzione delle barriere alle importazioni e l’eliminazione di alcuni controlli voluta dal governo. Misure pensate per rendere più aperta un’economia storicamente molto protetta, ma che stanno contemporaneamente modificando gli equilibri tra produzione nazionale, importatori regolari e commercio informale.
Contrabbando in Argentina: quanto è cresciuto il mercato illegale
A mostrare le dimensioni del fenomeno sono innanzitutto i numeri. Secondo la società di consulenza MAP, nel 2025 l’Argentina avrebbe perso l’equivalente di circa 2 miliardi di euro in imposte doganali non versate, una cifra pari allo 0,3% del PIL nazionale. Le stime della Camera di commercio argentina fotografano un mercato nel quale alcune categorie risultano particolarmente esposte: circa il 40% delle birre e il 30% degli pneumatici venduti nel Paese sarebbero di contrabbando.
Ancora più evidente è il cambiamento nel settore tecnologico. La quota di telefoni cellulari importati illegalmente, che nel 2023 era stimata intorno al 7%, sarebbe arrivata a rappresentare circa un terzo del mercato. Ai prodotti originali introdotti senza rispettare le procedure doganali si aggiungono poi quelli contraffatti, che trovano nei circuiti informali un sistema di distribuzione particolarmente favorevole.

Peso argentino e importazioni: perché comprare all’estero conviene di più
Una delle ragioni della crescita del fenomeno va cercata nella politica monetaria. Durante la presidenza Milei il peso argentino si è rafforzato e stabilizzato rispetto al dollaro, mentre si è progressivamente ridotta la distanza tra il cambio ufficiale e quello informale. La maggiore forza della valuta ha però prodotto un effetto collaterale: acquistare prodotti fuori dall’Argentina è diventato relativamente più conveniente, soprattutto in un Paese nel quale il costo della vita rimane elevato.
Il cambiamento è particolarmente visibile nelle aree di frontiera. Province come Salta, vicina a Bolivia e Cile, e Corrientes, al confine con Paraguay e Brasile, sono diventate punti nevralgici di un’economia parallela nella quale persone e piccole organizzazioni acquistano beni nei Paesi confinanti per rivenderli sul mercato argentino.
Per molti produttori locali la questione non riguarda quindi semplicemente la concorrenza internazionale. Il problema nasce quando il prezzo di un prodotto realizzato rispettando costi, imposte e regolamentazioni deve confrontarsi con quello di una merce entrata nel Paese senza sostenere gli stessi oneri.
Le nuove regole doganali e il problema delle merci sottodichiarate
Alle dinamiche valutarie si aggiungono le modifiche introdotte dal governo nel sistema delle importazioni. Tra queste c’è l’eliminazione dei valori di riferimento doganali, utilizzati in precedenza per stabilire una base indicativa del valore delle merci importate. La loro abolizione rispondeva a una logica precisa: semplificare le procedure e ridurre gli spazi nei quali pressioni e corruzione avrebbero potuto influenzare la determinazione dei prezzi.
La conseguenza indesiderata è stata però quella di rendere più semplice un’altra pratica: dichiarare alla dogana valori molto inferiori a quelli reali, riducendo così i dazi da versare. Una maglietta di marca può, per esempio, essere registrata con un valore irrisorio e arrivare successivamente sul mercato a un prezzo difficilmente sostenibile per chi ha seguito l’intera procedura di importazione e pagato le imposte previste.
È stata inoltre eliminata la necessità del tradizionale timbro doganale fisico sui prodotti importati, sostituito da un sistema digitale. Una trasformazione che, secondo le ricostruzioni sul fenomeno, avrebbe reso i controlli meno visibili agli occhi degli acquirenti finali, offrendo nuovi margini ai circuiti irregolari.

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E-commerce in Argentina: le importazioni crescono del 300%
Un altro elemento decisivo è rappresentato dall’e-commerce internazionale. Nel 2025 le merci arrivate in Argentina attraverso questi canali sarebbero aumentate del 300%, mettendo sotto pressione un sistema doganale chiamato a gestire una quantità crescente di piccoli pacchi provenienti dall’estero.
Il governo Milei ha favorito gli acquisti online attraverso un regime di importazione semplificato, con tasse ridotte o assenti in determinate circostanze. L’obiettivo era facilitare soprattutto gli acquisti destinati all’uso personale, ma il sistema sarebbe sfruttato anche da alcuni negozi e piccole imprese per rifornire i propri magazzini pagando imposte molto inferiori rispetto ai tradizionali canali commerciali. La frammentazione delle spedizioni rende inoltre i controlli più complessi. Verificare migliaia di singoli pacchi è molto diverso dal controllare grandi carichi commerciali concentrati nelle mani di pochi importatori.
Il caso argentino intercetta così una trasformazione più ampia del commercio globale: la crescita delle piattaforme digitali sta rendendo sempre meno netto il confine tra acquisto personale e importazione commerciale, costringendo le autorità a confrontarsi con modelli di consumo molto diversi da quelli per i quali erano state progettate molte delle attuali procedure doganali.
Dai vestiti ai thermos per il mate: quando il problema riguarda la sicurezza
L’espansione dei circuiti informali porta con sé anche un’altra questione: quella della qualità e della sicurezza dei prodotti. Uno degli esempi più significativi riguarda i thermos utilizzati per preparare e consumare il mate, oggetto profondamente legato alle abitudini quotidiane argentine. Alcuni dei modelli introdotti illegalmente dall’estero non rispetterebbero gli standard previsti e potrebbero essere fabbricati utilizzando metalli potenzialmente tossici.
Il caso mostra quanto la questione possa andare oltre la perdita di gettito fiscale o la tutela dei produttori nazionali. Quando un prodotto sfugge ai normali controlli, diventa più difficile verificarne provenienza, materiali e conformità agli standard di sicurezza.
Lo stesso problema può riguardare settori molto diversi, dall’elettronica agli alimentari. Il prezzo particolarmente conveniente di un prodotto diventa quindi soltanto una parte della questione: a contare è anche la possibilità di sapere cosa si sta acquistando e attraverso quale filiera sia arrivato sul mercato.

L’industria argentina di fronte alla concorrenza delle merci straniere
A risentire maggiormente del nuovo scenario sono soprattutto alcuni comparti produttivi nazionali. Le aziende tessili argentine sostengono di non riuscire a competere con merci straniere vendute a prezzi molto bassi, mentre anche gli importatori che rispettano integralmente le procedure doganali rischiano di ritrovarsi con prodotti più costosi rispetto a quelli introdotti attraverso circuiti irregolari. Il fenomeno coinvolge persino l’agricoltura. Nelle province vicine ai confini, l’arrivo di frutta, verdura e cereali provenienti dall’estero a prezzi particolarmente bassi sta mettendo sotto pressione alcuni produttori locali. In determinati casi, secondo le testimonianze raccolte sul territorio, vendere a quei prezzi non sarebbe economicamente sostenibile, al punto da rendere poco conveniente persino la raccolta.
È qui che emerge uno dei principali paradossi dell’attuale trasformazione argentina: una maggiore apertura internazionale può aumentare la scelta e contribuire a ridurre i prezzi, ma la competizione cambia natura quando una parte delle merci non è sottoposta alle stesse regole.
Il modello economico di Milei e il futuro del mercato argentino
Finora il governo non ha mostrato l’intenzione di modificare radicalmente la propria strategia. L’approccio di Javier Milei parte dall’idea che un mercato meno regolamentato sia in grado, nel tempo, di riallocare le risorse verso i settori più efficienti.
Per il presidente argentino, la difficoltà delle imprese nazionali incapaci di competere con i prezzi internazionali rappresenta un costo della trasformazione economica più che una ragione sufficiente per ripristinare le vecchie protezioni. La possibilità di offrire prezzi più bassi ai consumatori rimane invece uno degli obiettivi centrali del nuovo corso.
Ma il fenomeno del contrabbando introduce una variabile diversa dalla semplice concorrenza straniera. La questione aperta riguarda infatti il confine tra liberalizzazione e capacità di controllo. Perché un mercato più aperto funzioni, la competizione dovrebbe avvenire tra soggetti sottoposti a condizioni comparabili. Quando una quota crescente di prodotti passa attraverso contrabbando, sottodichiarazioni o circuiti difficili da verificare, quella distinzione diventa inevitabilmente meno netta.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante di ciò che sta accadendo oggi in Argentina. Dietro smartphone economici, vestiti importati, prodotti alimentari e oggetti acquistati online si sta giocando una partita molto più grande: capire fino a che punto sia possibile aprire rapidamente un’economia senza perdere la capacità di controllare ciò che entra nel Paese, come viene venduto e a quali condizioni compete con ciò che viene prodotto al suo interno.
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