Donne nello spazio

Wally Funk: la donna che la NASA escluse e che conquistò lo Spazio a 82 anni

Per decenni il suo nome è rimasto ai margini della storia dell’esplorazione spaziale. Eppure Wally Funk aveva superato gli stessi test degli astronauti uomini. Il suo viaggio nello Spazio, arrivato oltre sessant’anni dopo, è diventato il simbolo di una battaglia contro discriminazioni e stereotipi

di Redazione di The Outline | Agosto 13, 2026
Foto: Wikimedia Commons

La storia della corsa allo Spazio è spesso raccontata attraverso le imprese di uomini come Yuri Gagarin, Neil Armstrong o John Glenn. Molto meno conosciute sono le vicende di quelle donne che, pur possedendo competenze e preparazione, rimasero escluse dai programmi spaziali a causa delle regole e della cultura del loro tempo. Tra queste, nessuna rappresenta meglio il peso delle discriminazioni di genere quanto Wally Funk, aviatrice statunitense scomparsa all’età di 87 anni dopo una vita trascorsa a inseguire un sogno rimasto irraggiungibile per oltre mezzo secolo.

Quando nel luglio del 2021 salì a bordo della navicella New Shepard di Blue Origin insieme a Jeff Bezos, Wally Funk aveva 82 anni. Quel volo suborbitale durò appena undici minuti, ma racchiudeva sessant’anni di attese, porte chiuse e occasioni negate. Più che un record anagrafico, fu il risarcimento simbolico di un’ingiustizia che aveva segnato la storia dell’esplorazione spaziale.

Le Mercury 13: quando il talento non bastava perché erano donne

Per comprendere la vicenda di Wally Funk bisogna tornare all’inizio degli anni Sessanta, nel pieno della Guerra Fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica si sfidavano nello spazio in una competizione tecnologica e politica senza precedenti. La NASA cercava i migliori piloti del Paese per trasformarli nei primi astronauti americani. Parallelamente nacque un progetto sperimentale passato alla storia come Mercury 13, un gruppo di tredici aviatrici che si sottoposero volontariamente agli stessi durissimi test fisici e psicologici previsti per gli astronauti del programma Mercury.

I risultati furono sorprendenti. Molte delle candidate dimostrarono prestazioni comparabili, e in alcuni casi superiori, a quelle dei colleghi uomini; tra loro spiccava proprio Wally Funk. Secondo le ricostruzioni storiche, fu l’unica del gruppo a completare con successo tutti i test previsti. Durante una prova di deprivazione sensoriale rimase immersa per oltre dieci ore in una vasca isolata dagli stimoli esterni, superando persino il tempo registrato da John Glenn, che pochi mesi dopo sarebbe diventato il primo americano a orbitare attorno alla Terra. Eppure quei risultati non furono sufficienti. Il programma venne interrotto e nessuna delle Mercury 13 entrò mai a far parte del corpo astronauti della NASA; non mancavano le competenze, mancavano le condizioni culturali e istituzionali perché una donna potesse essere considerata astronauta.

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Una carriera costruita abbattendo record

La passione di Wally Funk per il volo nacque molto presto. Cresciuta nel New Mexico, sviluppò fin da bambina una grande familiarità con gli spazi aperti e con l’idea di superare continuamente i propri limiti. Ancora adolescente iniziò a pilotare aerei e, a soli diciannove anni, aveva già ottenuto le abilitazioni per condurre alianti e idrovolanti. Nel corso della sua carriera accumulò oltre 19.600 ore di volo, diventando istruttrice, pilota professionista e una delle figure più rispettate dell’aviazione civile americana.

Fu anche la prima donna a ricoprire il ruolo di ispettore presso la Federal Aviation Administration e lavorò successivamente per il National Transportation Safety Board, contribuendo alla sicurezza del trasporto aereo statunitense. Il paradosso della sua storia è evidente: possedeva esperienza, competenze tecniche e capacità superiori a molti astronauti selezionati dalla NASA, ma il suo percorso venne bloccato da criteri che oggi apparirebbero impensabili.

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La lunga esclusione delle donne dall’esplorazione spaziale

Il caso di Wally Funk non rappresenta un’eccezione isolata, ma riflette una fase della storia in cui l’accesso alle professioni scientifiche e militari era profondamente limitato per le donne. Negli anni Sessanta la NASA richiedeva che gli astronauti fossero collaudatori militari, una carriera dalla quale le donne erano di fatto escluse: questo requisito, apparentemente neutrale, impediva automaticamente alle candidate di essere selezionate.

Solo nel 1978 l’agenzia americana aprì ufficialmente il corpo astronauti alle donne. Cinque anni più tardi Sally Ride sarebbe diventata la prima statunitense nello spazio, inaugurando una nuova stagione dell’esplorazione spaziale. Per Wally Funk, però, quella possibilità arrivò troppo tardi; continuò a candidarsi più volte, ricevendo sempre la stessa risposta negativa. La sua vicenda mostra come il progresso scientifico non proceda mai separatamente dai cambiamenti sociali. Le innovazioni tecnologiche possono avanzare rapidamente, mentre l’evoluzione culturale richiede spesso molto più tempo.

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Il volo che riscrive la storia

Il 20 luglio 2021 Blue Origin invitò Wally Funk a partecipare alla seconda missione con equipaggio della capsula New Shepard. Per molti osservatori non si trattò semplicemente di un’iniziativa simbolica o di una trovata mediatica: quel viaggio rappresentò il riconoscimento pubblico di una pioniera dimenticata. Durante gli undici minuti trascorsi oltre la linea di Kármán, il confine convenzionale dello spazio, Funk sperimentò finalmente l’assenza di gravità che aveva immaginato per tutta la vita.

Al rientro raccontò che l’unico difetto dell’esperienza era stato la sua brevissima durata: avrebbe voluto ripartire immediatamente. Per qualche mese divenne anche la persona più anziana ad aver raggiunto lo spazio, record poi superato dall’attore William Shatner. Ma il dato anagrafico rimane un dettaglio. Ciò che rese storico quel volo fu il significato che assunse: dimostrare che un sogno può sopravvivere anche quando le istituzioni lo rendono impossibile.

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La storia di Wally Funk parla ancora al presente

Oggi la presenza femminile nell’esplorazione spaziale è cresciuta sensibilmente rispetto agli anni Sessanta. Le agenzie spaziali internazionali selezionano equipaggi sempre più diversificati e il programma Artemis della NASA punta a portare sulla Luna anche la prima donna. Nonostante questi progressi, il settore aerospaziale continua a registrare una forte disparità di genere, soprattutto nelle professioni STEM e nei ruoli di vertice.

Per questo motivo la figura di Wally Funk continua a essere citata come esempio di resilienza, ma anche come promemoria delle opportunità che una società può perdere quando il talento viene giudicato attraverso il genere anziché attraverso le competenze. La sua vita racconta una verità che va oltre la conquista dello spazio: il progresso non dipende soltanto dalle tecnologie che sviluppiamo, ma anche dalla capacità delle istituzioni di riconoscere il merito senza lasciarsi condizionare da stereotipi e discriminazioni. Quando nel 2021 Wally Funk guardò la Terra da oltre cento chilometri di altezza, non stava semplicemente realizzando un desiderio personale. Stava chiudendo uno dei capitoli più emblematici della storia dell’esplorazione spaziale, ricordando che alcuni viaggi possono iniziare con decenni di ritardo, ma conservare comunque la forza di cambiare il modo in cui raccontiamo il passato.