Accordo di Gaza

Accordo di Gaza: cosa accadrà dopo la firma e cosa prevede il piano di Donald Trump

Dopo due anni di guerra, l’accordo di Gaza firmato sotto la regia di Donald Trump apre una fragile tregua tra Israele e Hamas.
Entro 72 ore sono previsti il rilascio degli ostaggi, lo scambio di prigionieri e il ritiro parziale delle truppe israeliane, ma i nodi su disarmo e governo di Gaza restano irrisolti

di Redazione di The Outline | Ottobre 9, 2025
Foto: Joey Sussman/ZUMA Press Wire/Shutterstock/Ipaagency

L’accordo di Gaza, firmato sotto la regia di Donald Trump, inaugura una “fase uno” di cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Entro 72 ore dovrebbero essere rilasciati tutti gli ostaggi israeliani ancora in vita, mentre l’esercito israeliano avvierà il ritiro su una linea concordata. Ma dietro l’annuncio trionfale si nasconde una realtà complessa, fatta di equilibri fragili e di nodi politici irrisolti.

Trump, una tregua temporanea per una guerra infinita

Il piano in 20 punti presentato da Trump a fine settembre è la base dell’intesa siglata a Washington.
Nella pratica, la tregua prevede:

  • un cessate il fuoco immediato, con la sospensione dei raid israeliani;
  • il rilascio dei 20 ostaggi israeliani ancora vivi a Gaza, previsto entro tre giorni;
  • l’apertura di corridoi umanitari gestiti da ONU e Mezzaluna Rossa;
  • lo scambio di prigionieri palestinesi, fino a 1.700 scarcerazioni nelle prime 72 ore;
  • il ritiro progressivo dell’IDF su una “linea gialla” di confine interna alla Striscia.

L’accordo, confermato da Hamas e Israele, è stato accolto con euforia a Tel Aviv e a Khan Younis. Le famiglie degli ostaggi hanno festeggiato, mentre a Gaza la popolazione parla di “fine dello spargimento di sangue”. Tuttavia, la tregua rappresenta solo un primo passo: l’architettura del piano è costruita su più fasi, e la pace vera resta lontana.

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Le pressioni di Trump e la regia diplomatica

Dietro la retorica da “capo pacificatore”, Trump ha condotto una diplomazia aggressiva e personale. Ha imposto a Hamas una scadenza perentoria, il 5 ottobre, e ha spinto Netanyahu ad accettare condizioni fino a poco tempo fa impensabili, come l’apertura a un’amministrazione transitoria per Gaza.
Durante i colloqui, l’ex presidente ha sfruttato l’indignazione araba per l’attacco israeliano al Qatar, costringendo Netanyahu a scusarsi pubblicamente e garantendo al piccolo emirato un accordo di sicurezza con Washington.

Il risultato è stato un fragile allineamento tra Egitto, Turchia e Qatar, mediatori centrali del piano. Trump ha voluto che il cessate il fuoco fosse accompagnato da una promessa di “ricostruzione congiunta” della Striscia, con fondi e supervisioni internazionali.

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Trump, cosa accadrà nelle prossime 72 ore

L’attuazione del piano seguirà una sequenza precisa:

  1. Entrata in vigore del cessate il fuoco. Le IDF sospenderanno le operazioni e inizieranno a ritirarsi verso le nuove linee di sicurezza.
  2. Rilascio degli ostaggi. I prigionieri israeliani saranno consegnati ai mediatori del Qatar e riconsegnati alle famiglie.
  3. Liberazione dei prigionieri palestinesi. Israele approverà lo scambio in Consiglio di Sicurezza, con una prima ondata di 1.700 scarcerazioni.
  4. Ripresa degli aiuti. I convogli umanitari entreranno nella Striscia per la prima volta senza restrizioni.
  5. Monitoraggio internazionale. Le Nazioni Unite e i partner arabi verificheranno il rispetto della tregua.

Il presidente americano ha definito l’intesa “un grande giorno per Israele e per il mondo arabo”, ma ha ammesso che “il diavolo si nasconde nei dettagli”. E quei dettagli sono già visibili.

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Gaza, i nodi irrisolti della “fase due”

Molte questioni restano aperte: il disarmo di Hamas, la definizione di un governo transitorio per Gaza, il destino dei territori distrutti e la creazione di un percorso verso uno Stato palestinese, punto che Netanyahu ha sempre respinto.
Inoltre, l’accordo non chiarisce chi guiderà la ricostruzione né chi garantirà la sicurezza dopo il ritiro israeliano.

Trump, consapevole dei limiti del piano, ha promesso un ruolo diretto degli Stati Uniti nella ricostruzione: “Faremo il possibile per aiutarli a mantenere la pace”, ha dichiarato. Tuttavia, l’esperienza dei due precedenti cessate il fuoco – durati rispettivamente 10 giorni e sei settimane – invita alla cautela.

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Trump, un accordo fragile, ma senza precedenti

Il cessate il fuoco di Gaza è il più grande successo diplomatico dell’attuale amministrazione Trump e, forse, il più fragile.
Mentre a Washington si parla di Nobel per la Pace, a Gaza si contano ancora i morti: oltre 67.000 palestinesi, di cui 20.000 bambini, e 170.000 feriti. Interi quartieri ridotti in polvere.
Se la tregua dovesse reggere, aprirebbe il primo varco reale verso la fine del conflitto più lungo del Medio Oriente. Se fallisse, lascerebbe dietro di sé l’ennesima illusione.