
Il premier ha fissato le elezioni al 29 novembre dopo la bocciatura dei decreti sugli affitti. Dietro la scelta c’è una maggioranza ormai fragile, mentre la protesta per la casa si trasforma in una questione politica nazionale La Spagna tornerà alle urne prima del previsto. Pedro Sánchez ha annunciato elezioni anticipate per il 29 novembre 2026, mettendo fine a una legislatura che avrebbe dovuto arrivare al 2027. La decisione arriva dopo la bocciatura in Parlamento di due decreti sulla casa, ma racconta una crisi più profonda: quella di un governo che da tre anni dipende da alleanze parlamentari sempre più difficili da tenere insieme.
Il voto contrario ai provvedimenti è arrivato da Partito Popolare, Vox e Junts, il partito indipendentista catalano i cui sette deputati sono stati decisivi per la sopravvivenza parlamentare dell’esecutivo in diversi passaggi della legislatura. Questa volta l’accordo non è stato trovato. Il terreno sul quale si è consumata la rottura non è secondario. La casa è diventata uno dei principali problemi sociali della Spagna contemporanea, soprattutto nelle grandi città, dove l’aumento degli affitti ha alimentato negli ultimi mesi una mobilitazione sempre più ampia. Sánchez ha deciso di trasformare quella sconfitta parlamentare in un passaggio elettorale.
Perché Sánchez ha scelto le elezioni anticipate
Dal 2023 il governo formato dal PSOE e dalla sinistra di Sumar non dispone di una maggioranza autonoma al Congresso. Per approvare le leggi Sánchez ha dovuto costruire maggioranze diverse, affidandosi anche ai partiti regionalisti e indipendentisti. Tra questi soprattutto Junts, formazione catalana di centrodestra con cui il rapporto è rimasto complicato fin dall’inizio. La bocciatura dei decreti sulla casa ha mostrato il limite di questa strategia: su un tema considerato centrale dall’esecutivo, il governo non è più riuscito a trovare i numeri necessari. Dopo il voto, diversi esponenti socialisti avevano iniziato a considerare apertamente l’ipotesi delle elezioni. Il 29 novembre era la prima data disponibile secondo i tempi previsti dalla legislazione elettorale spagnola.
Sánchez ha scelto quella strada. La decisione permette al PSOE anche di evitare altri mesi di negoziati parlamentari dall’esito incerto e di portare direttamente agli elettori una domanda politica: quale modello utilizzare per affrontare la crisi abitativa? È una scelta che comporta rischi evidenti. L’ultimo barometro 40dB., realizzato tra il 25 e il 28 settembre per El País e Cadena SER, attribuiva al PP il 31,6% delle intenzioni di voto, al PSOE il 27,4% e a Vox il 18,4%. Il sondaggio, però, era stato realizzato prima della bocciatura definitiva dei decreti e prima delle ultime grandi manifestazioni sulla casa.

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La crisi della casa che ha accelerato la crisi politica
Per capire perché proprio la casa abbia portato alla fine anticipata della legislatura bisogna tornare a Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni sfrattata a Madrid dall’abitazione nella quale viveva dagli anni Cinquanta. Il palazzo era stato acquistato dalla società Urbagest per investimento. Alla donna era stata prospettata la possibilità di comprare l’appartamento oppure di continuare a viverci pagando un affitto molto più alto, soluzioni che non poteva permettersi. Le immagini del suo sfratto hanno trasformato rapidamente una vicenda individuale nel simbolo di un problema nazionale. A Madrid sono cominciate proteste e un accampamento in Puerta del Sol. Poi la mobilitazione si è estesa.
Sabato circa 70mila persone secondo le autorità hanno manifestato nella capitale, mentre iniziative analoghe sono state organizzate in numerose altre città spagnole. Il caso Abascal ha funzionato da detonatore perché si è inserito in un malessere che esisteva già. Per una parte crescente della popolazione spagnola, soprattutto nelle grandi aree urbane, trovare una casa a prezzi compatibili con salari e pensioni è diventato sempre più difficile. Secondo l’indagine 40dB., la difficoltà di accesso alla casa è ormai il secondo problema più citato dagli intervistati, dietro all’inflazione. Nel 2023 occupava il quarto posto. È quindi cambiata la dimensione politica del problema: la casa non è più soltanto una questione urbanistica o sociale, ma una delle fratture attraverso cui può passare la prossima campagna elettorale.

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Cosa prevedevano i decreti bocciati
Il governo aveva provato a rispondere alle proteste con due decreti che comprendevano nuove tutele per gli inquilini e interventi sul mercato degli affitti. Tra le misure previste c’erano maggiori protezioni contro gli sfratti e interventi sui contratti e sui canoni. RTVE riferisce che uno dei provvedimenti comprendeva anche la sospensione degli sfratti fino al 2030 in determinate situazioni. La linea dell’esecutivo si scontra però con quella delle opposizioni. PP e Vox sostengono maggiormente politiche orientate all’aumento dell’offerta abitativa e contestano diversi interventi diretti sui prezzi e sul mercato. Junts, pur essendo stato indispensabile per la maggioranza parlamentare di Sánchez, ha assunto sui decreti una posizione incompatibile con quella del governo.
Il dato interessante è che una parte delle misure di regolazione sembra raccogliere consensi anche oltre l’elettorato progressista. In un sondaggio 40dB. realizzato tra il 25 e il 28 settembre su 2.000 persone aventi diritto al voto, il 67,5% degli intervistati si dichiarava favorevole a limiti sul mercato degli affitti, anche nel caso di una riduzione della redditività per i proprietari. Il sostegno raggiungeva il 56,5% tra gli elettori del PP e il 55,2% tra quelli di Vox. Questo non significa automaticamente che la questione della casa determinerà il comportamento elettorale: lo stesso sondaggio mostrava infatti un quadro delle intenzioni di voto ancora favorevole alle forze di destra. Indica però che sulla regolazione degli affitti le divisioni dell’opinione pubblica non coincidono perfettamente con quelle tra i partiti.

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La maggioranza impossibile di Sánchez
La crisi della casa è stata quindi l’acceleratore, non l’unica causa dell’anticipo elettorale. Il problema strutturale del secondo governo Sánchez è sempre stato parlamentare. Dopo le elezioni del 2023 il leader socialista è riuscito a rimanere alla Moncloa costruendo un’alleanza molto più larga della coalizione formale PSOE-Sumar. Per governare servivano anche i voti delle formazioni catalane, basche e regionaliste. Una maggioranza numericamente possibile, ma politicamente eterogenea. Junts ne rappresentava la componente più difficile.
Il partito indipendentista catalano condivide poco dell’agenda economica della sinistra spagnola e il rapporto con il PSOE si è basato soprattutto su un equilibrio di reciproca convenienza. Ogni provvedimento importante richiedeva quindi una nuova trattativa. La bocciatura dei decreti sulla casa ha reso visibile una domanda che accompagnava il governo già da tempo: quanto può durare una legislatura nella quale l’esecutivo non sa in anticipo se dispone dei voti necessari per realizzare parti centrali del proprio programma? Sánchez ha risposto scegliendo le urne.
Casa, immigrazione e scandali: i fronti aperti per Sánchez
La campagna elettorale non si giocherà però soltanto sugli affitti. Negli ultimi mesi il governo ha attraversato diverse crisi. Durante l’estate il confronto politico si era concentrato sull’immigrazione e sulla crisi di Ceuta, tema sul quale PP e soprattutto Vox hanno attaccato duramente l’esecutivo. La politica migratoria rappresenta una delle differenze più nette tra il governo Sánchez e una parte delle destre europee e spagnole. Ma proprio l’immigrazione resta uno dei temi sui quali Vox punta maggiormente nella competizione con il PP.
A questo si aggiungono le vicende giudiziarie e gli scandali di corruzione che hanno coinvolto esponenti vicini al PSOE e che avrebbero continuato ad accompagnare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Anticipare il voto consente quindi a Sánchez di provare a spostare il centro della discussione. La casa offre al PSOE un terreno sul quale impostare un confronto più vicino alla propria agenda sociale, ma non cancella gli altri dossier né modifica automaticamente i rapporti di forza.
Le elezioni del 29 novembre diranno anche che Spagna sta emergendo dalla crisi
Il voto anticipato arriva così in un momento in cui in Spagna si sovrappongono almeno tre tensioni. La prima è sociale: il costo della casa sta modificando concretamente la vita nelle grandi città e alimentando nuove forme di mobilitazione. La seconda è politica: il sistema parlamentare uscito dalle elezioni del 2023 ha reso possibile un governo, ma non gli ha garantito una maggioranza stabile. La terza riguarda gli equilibri tra le destre. Il PP rimane davanti nei sondaggi disponibili, mentre Vox registra una crescita significativa: nel barometro 40dB. di fine settembre raggiungeva il 18,4%, il dato più alto rilevato dall’istituto da aprile.
Da qui al 29 novembre il punto non sarà quindi soltanto stabilire chi guiderà il prossimo governo. La campagna elettorale mostrerà quali questioni riusciranno a organizzare il consenso in una Spagna attraversata contemporaneamente dalla crisi abitativa, dal dibattito sull’immigrazione e dalla crescente difficoltà di costruire maggioranze parlamentari stabili. Sánchez prova a fare della casa il centro di questa contesa. La stessa crisi che ha mostrato la debolezza della sua maggioranza diventa così il tema sul quale il premier ha deciso di chiedere agli spagnoli una nuova maggioranza.













