Social sotto accusa

Meta sotto processo: i social creano davvero dipendenza?

Meta affronta un maxi processo negli Stati Uniti: al centro le accuse sulla dipendenza da Instagram e Facebook e gli effetti sui più giovani

di Redazione di The Outline | Agosto 19, 2026
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Per anni la discussione sugli effetti dei social network è rimasta sospesa tra una sensazione molto comune – quella di trascorrere online più tempo di quanto vorremmo – e una questione scientifica assai più difficile da dimostrare: Instagram e Facebook possono davvero creare dipendenza? Negli Stati Uniti la domanda è diventata anche un problema giudiziario, e potrebbe avere conseguenze enormi sul futuro delle piattaforme digitali. A Oakland, in California, è iniziato un processo contro Meta che riunisce alcune delle accuse più pesanti rivolte negli ultimi anni alla società: aver progettato Facebook e Instagram in modo da spingere gli utenti a utilizzarli il più possibile, pur conoscendo i potenziali effetti negativi soprattutto sui più giovani.

La causa era stata avviata nel 2023 da 29 stati americani, anche se questa fase del processo coinvolge California, Colorado, Kentucky e New Jersey. La richiesta economica è impressionante: circa 1.400 miliardi di dollari, una somma paragonabile al valore complessivo delle azioni di Meta. È improbabile che una cifra simile venga effettivamente pagata. Ma il punto più importante del processo non riguarda soltanto il denaro. Se le accuse dovessero reggere, potrebbero essere messe in discussione alcune delle caratteristiche che hanno definito il funzionamento dei social network negli ultimi quindici anni.

Perché Meta è accusata di aver reso Instagram e Facebook coinvolgenti

L’accusa sostiene che i dirigenti di Meta conoscessero i possibili rischi collegati al funzionamento delle proprie piattaforme e che, nonostante questo, abbiano privilegiato crescita e risultati economici. Il punto riguarda soprattutto i meccanismi utilizzati per mantenere gli utenti all’interno delle app: notifiche, raccomandazioni algoritmiche, conteggio dei “mi piace” e soprattutto scrolling infinito, che elimina la necessità di compiere una scelta consapevole per continuare a consumare contenuti.

Gli stati chiedono infatti non soltanto un risarcimento, ma anche modifiche sostanziali a Instagram e Facebook, tra cui l’eliminazione del conteggio pubblico dei like e dello scorrimento continuo. C’è poi un’altra contestazione particolarmente delicata. Meta è accusata di avere raccolto dati appartenenti a utenti minorenni, anche tredicenni, senza un adeguato consenso dei genitori, in violazione delle norme federali statunitensi sulla protezione della privacy dei bambini. Il processo dovrebbe durare circa sei settimane, ma si inserisce in un contenzioso molto più ampio: negli Stati Uniti Meta deve affrontare migliaia di cause relative agli effetti dei propri prodotti.

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Il paragone tra i social network e l’industria del tabacco

La strategia degli accusatori richiama esplicitamente una delle più importanti battaglie legali della storia americana: quella combattuta negli anni Novanta contro le grandi aziende produttrici di sigarette. In quel caso, il problema non era semplicemente dimostrare che fumare facesse male. Le cause cercavano di provare che le aziende conoscessero i rischi dei propri prodotti e avessero continuato a venderli e promuoverli senza informare adeguatamente i consumatori.

Le conseguenze furono enormi: risarcimenti per centinaia di miliardi di dollari e profonde limitazioni alle strategie di marketing dell’industria. Nel caso dei social network il parallelismo è inevitabilmente imperfetto. Una sigaretta e Instagram sono prodotti completamente diversi, così come sono differenti le conoscenze scientifiche disponibili sui loro effetti. Ma l’argomento giuridico presenta una somiglianza: quanto sapevano le aziende e cosa hanno fatto dopo averlo scoperto? È probabilmente su questa domanda, più che sull’idea generica che i social facciano bene o male, che si giocherà una parte importante del processo.

Meta si difende: non è dimostrata una dipendenza dai social

Meta respinge le accuse e sostiene che non esistano prove scientifiche sufficienti per affermare che Instagram e Facebook provochino una vera dipendenza. È un’obiezione tutt’altro che secondaria, perché sul concetto stesso di “dipendenza da internet” la comunità scientifica discute da decenni. La quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), uno dei principali riferimenti internazionali utilizzati per classificare i disturbi mentali, non riconosce una generica “dipendenza da internet” come diagnosi autonoma. Il problema riguarda innanzitutto la definizione.

Una persona può trascorrere molte ore davanti allo smartphone senza essere necessariamente “dipendente” dallo smartphone. Può invece sviluppare un comportamento problematico nei confronti di qualcosa che attraverso quello strumento raggiunge: videogiochi, gioco d’azzardo, shopping, pornografia, social network o relazioni virtuali. È una distinzione importante perché impedisce di trasformare automaticamente un uso molto intenso della tecnologia in una patologia.

Dipendenza da internet: cosa sappiamo davvero

In ambito scientifico, una dipendenza implica generalmente la ricerca compulsiva di uno stimolo gratificante nonostante le conseguenze negative che questo produce. Da tempo esiste inoltre il concetto di dipendenze comportamentali, nelle quali non è una sostanza a essere centrale ma un’attività. Il disturbo da gioco d’azzardo, per esempio, è riconosciuto dal DSM-5. Applicare lo stesso modello all’intero utilizzo di internet è però molto più controverso.

Roberto Poli, direttore del dipartimento Salute mentale e Dipendenze dell’ospedale di Cremona, ha spiegato che sarebbe più corretto parlare di dipendenze legate a contenuti e attività specifiche. Molti comportamenti problematici esistevano infatti già prima di internet e si sono semplicemente trasferiti online: dal gioco d’azzardo allo shopping compulsivo. Inoltre, un uso problematico della rete può convivere con altre difficoltà psicologiche, come depressione, ansia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo o ADHD. Stabilire quale sia la causa e quale l’effetto può quindi essere molto complicato. Questo non significa che il problema non esista. Significa che chiamarlo semplicemente “dipendenza da internet” rischia di mettere insieme fenomeni molto differenti.

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Quando usare troppo i social diventa davvero un problema

L’Istituto superiore di sanità utilizza “dipendenza da internet” soprattutto come termine ombrello per descrivere diverse forme di comportamento problematico online. Il criterio più importante non è necessariamente il numero di ore trascorse davanti allo schermo. Un comportamento diventa preoccupante quando comincia a sottrarre spazio alle altre parti della vita: relazioni, scuola, lavoro, sonno e attività quotidiane. Tra i segnali considerati problematici ci sono l’incapacità ripetuta di ridurre il tempo online, l’irritabilità quando non è possibile connettersi e la tendenza a utilizzare internet come principale strumento per regolare il proprio umore.

In Italia, secondo i dati dell’ISS citati nel rapporto, almeno 3.667 persone risultano in cura per problemi ricondotti alla cosiddetta dipendenza da internet, attraverso oltre cento servizi territoriali. Ma gli stessi specialisti invitano alla cautela. Per un adolescente, trascorrere molte ore online può avere un significato molto diverso rispetto a quello attribuito da un adulto. Internet è anche uno spazio di socializzazione, amicizia, intrattenimento e costruzione dell’identità. Considerare patologico qualsiasi utilizzo intenso rischierebbe quindi di confondere una trasformazione delle abitudini sociali con una malattia.

I precedenti giudiziari che preoccupano Meta

Se dal punto di vista scientifico il dibattito rimane aperto, quello giudiziario ha già prodotto alcuni precedenti importanti. A marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che sosteneva di aver sviluppato durante l’infanzia una dipendenza dai social network, associata successivamente ad ansia, depressione e problemi legati alla percezione del proprio corpo.

All’inizio di agosto, invece, un tribunale del New Mexico ha imposto a Meta una sanzione da 567 milioni di dollari, contestando all’azienda di non aver adeguatamente informato gli utenti sui pericoli per i minori presenti sulle proprie piattaforme, compresi quelli legati ai predatori online e ai contenuti sessualmente espliciti. Sono vicende diverse dal processo iniziato in California, ma contribuiscono a creare un contesto nel quale le responsabilità delle grandi piattaforme vengono sottoposte a un controllo sempre più severo.

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Il processo a Meta riguarda il futuro dei social network

È qui che il procedimento di Oakland diventa più interessante della cifra, quasi irrealistica, richiesta come risarcimento. La questione non è stabilire se ogni persona che passa ore su Instagram sia dipendente, né se i social network siano intrinsecamente dannosi. La domanda è quanto una piattaforma possa deliberatamente progettare i propri prodotti per massimizzare il tempo trascorso online senza assumersi responsabilità per le conseguenze prevedibili. Per anni il successo dei social è stato misurato anche attraverso metriche come tempo di utilizzo, interazioni e frequenza di ritorno degli utenti. Rendere un’app difficile da abbandonare non era un effetto collaterale: era, almeno in parte, un obiettivo commerciale.

Il problema nasce quando questa capacità incontra utenti particolarmente vulnerabili, soprattutto bambini e adolescenti. E proprio qui il processo potrebbe lasciare il segno anche se Meta non dovesse mai pagare 1.400 miliardi di dollari. Obbligare le piattaforme a modificare scrolling infinito, sistemi di ricompensa o altre caratteristiche progettate per prolungare l’utilizzo significherebbe mettere in discussione il modello attraverso cui una parte dell’economia digitale ha imparato a trasformare l’attenzione in profitto.

La scienza continuerà probabilmente a discutere ancora a lungo su cosa possa essere definito propriamente “dipendenza da social”. I tribunali americani devono però rispondere a una domanda diversa e, per Meta, molto più immediata: anche senza una diagnosi universalmente riconosciuta, un’azienda può essere ritenuta responsabile di aver progettato prodotti che sapeva potessero diventare problematici per chi li utilizza? È questa, più dei 1.400 miliardi di dollari, la posta in gioco del processo.