
Il presunto piano per la ricostruzione di Gaza presentato a funzionari dell’amministrazione Trump include loghi e nomi di oltre trenta aziende globali, tra cui Tesla, Ikea e TSMC. Ma molte di loro affermano di non aver mai autorizzato l’uso dei propri marchi né di essere state contattate, sollevando dubbi sulla trasparenza e le reali intenzioni dietro il progetto.
La ricostruzione di Gaza, un progetto visionario (e controverso)
Secondo quanto rivelato da WIRED, una presentazione condivisa nei mesi scorsi con membri dell’amministrazione Trump delinea una proposta radicale per ricostruire la Striscia di Gaza. Il documento menziona la creazione di una nuova entità, chiamata Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation (GREAT) Trust, che dovrebbe guidare la transizione postbellica del territorio sotto una “custodia multilaterale guidata dagli Stati Uniti”.
Le diapositive mostrano i loghi di oltre due dozzine di grandi aziende — tra cui Tesla, Amazon Web Services, TSMC, Ikea e InterContinental Hotels Group — associati a progetti di costruzione di “gigafactory”, data center e infrastrutture su larga scala. In alcune slide compare perfino la dicitura “mantenimento della pace (facoltativo)”.
Un piano che promette una rinascita tecnologica e industriale, ma che ha suscitato immediatamente interrogativi sulla sua legittimità.

Gaza, le smentite delle aziende: “Non ne sapevamo nulla”
Delle ventotto aziende contattate da WIRED, nessuna ha confermato di essere a conoscenza dell’utilizzo del proprio nome o logo. Ikea, tramite un portavoce, ha dichiarato: “Non abbiamo approvato l’uso del logo Ikea in questo contesto”.
TSMC ha ribadito di non essere associata al progetto e di non aver dato alcuna autorizzazione, mentre un portavoce di InterContinental Hotels Group ha specificato: “Non abbiamo alcun coinvolgimento né stiamo portando avanti piani collegati a questo documento.”
Tesla, Amazon e altre aziende citate non hanno risposto alle richieste di commento, ma la mancanza di trasparenza sulla provenienza e l’intento del documento ha acceso il dibattito sulla correttezza dell’operazione.
Il ruolo della Gaza Humanitarian Foundation
Il piano sarebbe stato ideato da un gruppo di imprenditori israeliani e statunitensi, alcuni dei quali legati alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — organizzazione senza scopo di lucro che oggi gestisce parte della distribuzione degli aiuti nella Striscia.
Il documento suggerisce che il GREAT Trust lavorerebbe in coordinamento con le Forze di Difesa Israeliane, affidando alla GHF la selezione di appaltatori privati per garantire sicurezza, logistica e costruzione di aree abitative temporanee.
La GHF, contattata da WIRED, ha negato qualsiasi coinvolgimento nella stesura o nella diffusione del documento, specificando che i nomi citati — tra cui Michael Eisenberg e Liran Tancman, noti investitori israeliani — non sono coinvolti nelle operazioni della fondazione.
Eppure, i metadati della presentazione indicano come autore un utente “lirant”, corrispondente proprio al nome di Tancman, uno dei fondatori del fondo di venture capital Aleph e consulente del governo israeliano attraverso il COGAT (Coordinamento delle Attività Governative nei Territori).

Un intreccio di interessi e zone d’ombra su Gaza
L’ambizione del GREAT Trust è proporre un modello di sviluppo economico rapido per la Gaza del dopoguerra, con la costruzione di centri dati, infrastrutture di trasporto e persino un collegamento ferroviario con Neom, la megalopoli futuristica dell’Arabia Saudita.
In una slide si fa riferimento a una “Elon Musk Smart Manufacturing Zone” per la produzione di veicoli elettrici, ma anche in questo caso non risulta alcuna conferma o contatto ufficiale con il gruppo Tesla.
Queste proposte, pur suggestive, si scontrano con la realtà drammatica del territorio: infrastrutture distrutte, scarsità di cibo e acqua, blackout continui e un’emergenza umanitaria ancora in corso.
Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification sostenuto dalle Nazioni Unite, Gaza versa in uno “scenario peggiore” per insicurezza alimentare, mentre le restrizioni israeliane continuano a limitare il numero di camion di aiuti che entrano nella Striscia.
Gaza e il Canale Ben Gurion: la guerra nascosta dietro un progetto strategico
Le ombre sulla ricostruzione di Gaza
La Gaza Humanitarian Foundation è stata criticata da diverse ONG, tra cui Medici Senza Frontiere, che l’ha accusata di aver tentato di aggirare i canali umanitari delle Nazioni Unite.
Un ex appaltatore di UG Solutions, società di sicurezza coinvolta nella distribuzione degli aiuti, ha affermato che alcuni contractor della GHF avrebbero aperto il fuoco su civili palestinesi disarmati — circostanza smentita dall’organizzazione.
Nonostante queste controversie, il progetto GREAT Trust avrebbe potuto ampliare notevolmente l’influenza della GHF nella regione se fosse stato approvato, consolidando un sistema di partnership pubblico-private con un impatto potenzialmente geopolitico.

Gaza, visioni di sviluppo e realtà sul campo
Mentre il piano evoca un futuro di modernità e investimenti, la realtà di Gaza resta segnata dall’urgenza umanitaria.
Secondo un consulente della GHF, solo 20 camion di aiuti riescono a entrare ogni giorno nella Striscia, contro i 400 previsti dal trattato di pace per le prime settimane post-conflitto.
La lentezza nelle approvazioni militari e nei permessi di distribuzione continua a rallentare l’assistenza, mettendo in dubbio la possibilità di realizzare progetti infrastrutturali a breve termine.
Nel frattempo, altri gruppi internazionali — come Palestine Emerging o il team guidato da Tony Blair — stanno elaborando piani alternativi per la ricostruzione. Tuttavia, tutti concordano su un punto: nessun progetto economico può avere successo senza un reale cessate il fuoco, accesso umanitario e consenso locale.
Accordo di Gaza: cosa accadrà dopo la firma e cosa prevede il piano di Donald Trump
Tra visione e manipolazione: la ricostruzione di Gaza come strumento di potere
Il caso del piano GREAT Trust dimostra quanto fragile sia il confine tra visione e manipolazione quando si parla di ricostruzione in zone di guerra.
Citare marchi globali senza consenso, proporre megaprogetti mentre le persone lottano per sopravvivere: tutto questo solleva interrogativi sulla trasparenza, l’etica e la governance degli interventi postbellici.
Ricostruire Gaza non può essere solo un esercizio di branding geopolitico, ma un processo reale, umano e condiviso.













