Prezzi carburanti

Carburanti, niente accise mobili: perché il gasolio aumenta

Il governo non ha reintrodotto il meccanismo che avrebbe potuto attenuare i rincari alla pompa. Terminato lo sconto fisso, l’accisa sul diesel torna a 0,673 euro al litro. Eni adegua il tetto massimo previsto per ottobre

di Redazione di The Outline | Ottobre 7, 2026
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Il prezzo del gasolio torna a salire. Dal 6 ottobre è terminato lo sconto sulle accise applicato nelle settimane precedenti e il governo ha scelto, almeno per ora, di non attivare le accise mobili sui carburanti. Una decisione che riporta la tassazione sul diesel al livello pieno e avrà conseguenze immediate sui prezzi praticati alla pompa.

Gasolio, cosa cambia dopo la fine dello sconto

Il passaggio era atteso, ma con un esito diverso. A metà settembre il governo aveva annunciato che, una volta terminato lo sconto fisso sulle accise del gasolio, sarebbe entrato in gioco il meccanismo delle accise mobili, già utilizzato in modo intermittente a partire da marzo per contenere almeno in parte gli effetti della guerra in Medio Oriente sui prezzi dei carburanti. Lo sconto fisso è terminato il 5 ottobre. Il decreto necessario per introdurre le accise mobili, però, non è stato pubblicato. Dal giorno successivo, quindi, sul gasolio è tornata ad applicarsi l’accisa piena.

La differenza per gli automobilisti è concreta. Fino al 5 ottobre il diesel beneficiava di uno sconto complessivo di circa 6 centesimi al litro tra IVA e accise. Con la fine dell’agevolazione, l’accisa torna a 0,673 euro al litro, lo stesso livello applicato alla benzina. Per quest’ultima, invece, non cambia nulla: lo sconto era già terminato da mesi. Il rialzo non dipende quindi, in questo caso, da un improvviso movimento delle quotazioni petrolifere o da una variazione dei costi industriali. A cambiare è la componente fiscale del prezzo pagato alla pompa.

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Accise mobili sui carburanti: come funziona il meccanismo

Le accise mobili sui carburanti sono state pensate per utilizzare una parte delle maggiori entrate fiscali generate proprio dall’aumento dei prezzi. Quando benzina e gasolio diventano più cari, infatti, lo Stato può incassare attraverso l’IVA più di quanto inizialmente previsto. Il meccanismo consente di destinare queste entrate aggiuntive a una riduzione proporzionale delle accise. L’obiettivo è compensare almeno parzialmente gli aumenti, evitando però di fissare necessariamente uno sconto uguale per tutti e per un periodo prolungato.

È qui che emerge la principale differenza rispetto agli interventi adottati negli ultimi mesi. Con uno sconto fisso, il governo stabilisce direttamente una riduzione della tassazione per ogni litro acquistato. Con le accise mobili, invece, l’entità del taglio dipende dalle risorse effettivamente disponibili grazie al maggiore gettito IVA. Il risultato tende a essere meno evidente per chi fa rifornimento, ma anche meno oneroso per i conti pubblici. Gli sconti fissi garantiti dal governo a partire da marzo sono costati complessivamente 2,5 miliardi di euro.

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Eni alza a 2,25 euro il limite sul prezzo del gasolio

La fine dello sconto fiscale modifica anche una delle iniziative avviate dalle compagnie energetiche. Per ottobre Eni aveva fissato un limite ai prezzi dei carburanti nei propri distributori, iniziativa seguita successivamente da IP, Q8 e Tamoil. Il tetto previsto da Eni per il gasolio era inizialmente di 2,19 euro al litro. La società ha però chiarito che non assorbirà il maggiore costo derivante dal ritorno dell’accisa piena. Il limite viene quindi aumentato di 6 centesimi e passa a 2,25 euro al litro.

Diversa la situazione della benzina. Il limite resta fissato a 1,99 euro al litro, perché sulla benzina non era più presente lo sconto fiscale che è appena terminato per il diesel.

La decisione è rilevante anche per la dimensione della rete coinvolta. Le quattro compagnie che hanno introdotto iniziative sui prezzi gestiscono complessivamente più della metà dei distributori presenti in Italia. Gli interventi privati hanno quindi una capacità di incidere sui prezzi effettivamente incontrati dagli automobilisti che va oltre singole campagne commerciali circoscritte.

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Perché il governo non ha attivato le accise mobili

Proprio gli sconti introdotti dalle compagnie potrebbero aver contribuito alla scelta del governo di non procedere immediatamente con le accise mobili. Il meccanismo fiscale, infatti, produce generalmente riduzioni più contenute rispetto agli sconti applicati direttamente dalle aziende alla pompa. Rinviare l’intervento permette allo Stato di non utilizzare subito le risorse che sarebbero necessarie per ridurre le accise. Quei fondi potrebbero essere impiegati successivamente, per esempio quando termineranno le iniziative delle compagnie energetiche oppure nell’ambito della prossima legge di bilancio.

Il tema delle risorse disponibili pesa sulla scelta. Il governo si sta preparando alla manovra con margini finanziari inferiori rispetto a quelli previsti, e ogni intervento generalizzato sui carburanti comporta costi significativi. I 2,5 miliardi spesi da marzo per gli sconti fissi mostrano quanto rapidamente misure apparentemente limitate a pochi centesimi al litro possano tradursi in un impegno rilevante per le finanze pubbliche.

Per il momento, dunque, la strategia cambia. Il governo conserva lo strumento delle accise mobili senza utilizzarlo immediatamente, mentre una parte del contenimento dei prezzi rimane affidata alle iniziative delle compagnie. Per chi utilizza un’auto diesel, l’effetto più immediato è molto più semplice: con la scomparsa dei circa 6 centesimi di agevolazione fiscale, il pieno torna a costare di più.

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