Economia globale

Il Giappone voleva l’inflazione. Ora non sa più se gli piace

Dopo decenni trascorsi a combattere la deflazione, il Giappone deve affrontare il problema opposto: prezzi in aumento, yen debole e una possibile nuova stretta sui tassi

di Redazione di The Outline | Settembre 16, 2026
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Per trent’anni Tokyo ha provato a far salire prezzi e consumi. Adesso che l’inflazione è tornata, la Bank of Japan si prepara a una possibile stretta sui tassi. Ma il governo di Sanae Takaichi teme che fermarla significhi spegnere anche la crescita.

Per capire il problema economico del Giappone basta partire da un paradosso: per decenni il paese ha cercato disperatamente qualcosa che buona parte del resto del mondo avrebbe volentieri evitato, l’inflazione. Adesso che è arrivata, però, Tokyo non sembra più così sicura di volerla. Il 17 e 18 settembre la Bank of Japan si riunirà per decidere sui tassi e le attese degli analisti convergono su un possibile aumento dall’1 all’1,25 per cento, che porterebbe il costo del denaro a un livello che il paese non vede dal 1995. Per qualsiasi grande economia occidentale l’1,25 per cento sembrerebbe ancora un tasso piuttosto basso. In Giappone racconta invece la fine di un’epoca: quella del denaro quasi gratuito utilizzato per provare a risvegliare un’economia rimasta a lungo intrappolata nella stagnazione.

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Perché il Giappone ha cercato l’inflazione per trent’anni

Dagli anni Novanta il grande nemico dell’economia giapponese non è stato l’aumento dei prezzi, ma il fenomeno opposto: la deflazione. Se consumatori e imprese si aspettano che un prodotto costerà meno domani, hanno un incentivo a rimandare gli acquisti e gli investimenti. I consumi rallentano, le aziende hanno meno possibilità di aumentare prezzi e salari e l’intera economia rischia di entrare in una spirale difficile da interrompere. È dentro questa situazione che nacque l’Abenomics, la strategia economica associata all’ex primo ministro Shinzo Abe: politica monetaria estremamente espansiva, sostegno fiscale e riforme strutturali con un obiettivo che all’epoca sembrava quasi irraggiungibile, riportare stabilmente l’inflazione attorno al 2 per cento. La stessa Bank of Japan descrive oggi gli anni successivi allo scoppio della bolla come una lunga «stagione della neve» della deflazione, seguita dalla fase di allentamento monetario straordinario iniziata nel 2013.

L’inflazione in Giappone è tornata, ma non come Tokyo sperava

Alla fine i prezzi hanno cominciato davvero a salire. Il problema è perché. Il sogno dell’Abenomics era un circolo virtuoso: consumi più forti, aziende più dinamiche, salari in crescita e prezzi che aumentano moderatamente perché l’economia sta meglio. Una sorta di inflazione “buona”. Una parte delle pressioni che il Giappone sta affrontando oggi arriva invece dall’esterno: energia, petrolio, importazioni più costose e debolezza dello yen. La Bank of Japan prevede che l’inflazione torni sopra il 2 per cento nella seconda metà dell’anno fiscale 2026, citando tra i fattori il petrolio, la domanda globale di semiconduttori e gli effetti del cambio. Ad agosto, inoltre, il valore delle importazioni giapponesi è aumentato del 28 per cento rispetto all’anno precedente, soprattutto per il rincaro dell’energia. In altre parole, pagare di più il petrolio importato non significa necessariamente avere un’economia più vivace.

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Bank of Japan e governo Takaichi vedono due Giapponi diversi

È qui che le strade della Bank of Japan e del governo guidato da Sanae Takaichi hanno iniziato ad allontanarsi. Per la banca centrale il rischio è che aspettare troppo significhi lasciare che l’inflazione si consolidi, soprattutto se il costo dell’energia e delle importazioni continuerà a esercitare pressione sui prezzi. Da qui il progressivo abbandono dei tassi ultrabassi: a giugno la BOJ ha portato il riferimento all’1 per cento e ora una larga parte degli economisti interpellati da Reuters si aspetta un ulteriore aumento all’1,25 per cento. All’interno della stessa banca centrale, però, esistono sfumature sul ritmo della normalizzazione. Il governo guarda invece soprattutto all’altro lato della questione: se i tassi salgono troppo velocemente, cosa succede alla crescita? Persino Takuji Aida, consigliere economico di Takaichi vicino alle posizioni reflazioniste, considera ormai probabile un aumento dei tassi, pur avvertendo dei rischi di una stretta troppo rapida.

Lo yen debole complica il problema dell’inflazione in Giappone

Poi c’è lo yen. Per anni i bassissimi tassi giapponesi hanno reso conveniente vendere la valuta nazionale e spostare capitali verso paesi dove il denaro offriva rendimenti maggiori. Nel luglio del 2026 lo yen era arrivato fino a 163,99 per dollaro, prima di recuperare terreno dopo gli interventi sul mercato e le aspettative di una politica monetaria più restrittiva. Una valuta debole può aiutare gli esportatori, ma rende anche più costoso comprare dall’estero proprio quelle materie prime energetiche di cui il Giappone ha bisogno. Si crea così un meccanismo particolarmente scomodo: tassi bassi possono indebolire lo yen, uno yen debole rende più care le importazioni e importazioni più care alimentano l’inflazione. Non sorprende quindi che la questione monetaria sia uscita dai confini giapponesi. L’amministrazione statunitense ha fatto pressione affinché Tokyo affronti la debolezza della valuta, e il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto pubblicamente la necessità di una politica meno espansiva.

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Il debito del Giappone rende ancora più difficile scegliere

A rendere il quadro ancora più delicato c’è la politica fiscale. Takaichi non vuole abbandonare del tutto la filosofia dell’Abenomics e punta su investimenti e sostegno pubblico per rafforzare settori strategici come intelligenza artificiale, semiconduttori e sicurezza economica. Le richieste di bilancio per il prossimo anno fiscale hanno raggiunto 143.100 miliardi di yen, mentre i costi previsti per il servizio del debito sono saliti a livelli record. Nel frattempo il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a dieci anni ha superato il 3 per cento, tornando su livelli che non si vedevano da circa trent’anni. Non significa automaticamente che il Giappone sia vicino a una crisi del debito, ma segnala che il mercato pretende ormai un prezzo maggiore per finanziare lo Stato. E quando un paese ha un debito pubblico superiore al doppio del proprio PIL, anche piccoli cambiamenti nel costo del denaro finiscono per assumere dimensioni enormi.

Il vero dilemma del Giappone non è più avere o non avere inflazione

La questione, quindi, non è semplicemente decidere se l’inflazione sia buona o cattiva. Il Giappone deve capire se il cambiamento iniziato negli ultimi anni sia abbastanza solido da permettergli di comportarsi finalmente come un’economia «normale». La Bank of Japan teme che continuare a usare strumenti pensati per combattere la deflazione in un paese dove i prezzi stanno ormai salendo possa creare nuovi squilibri. Il governo teme l’opposto: normalizzare troppo presto la politica monetaria potrebbe riportare il Giappone nella vecchia trappola di crescita debole, consumi prudenti e salari incapaci di prendere davvero slancio. È un equilibrio che la BOJ stessa descrive con cautela: l’inflazione di fondo dovrebbe avvicinarsi stabilmente all’obiettivo del 2 per cento tra la seconda metà dell’anno fiscale 2026 e il 2027, ma petrolio, cambio e domanda globale continuano a rendere il percorso incerto.

Per trent’anni il Giappone ha provato a convincere famiglie e imprese che domani i prezzi sarebbero stati un po’ più alti di oggi. Ora che quella promessa si è finalmente avverata, ha scoperto che ottenere inflazione era soltanto metà del problema. L’altra metà è molto più complicata: capire quando smettere di inseguirla.