
Il 7 gennaio 2026, il governo talebano ha approvato un nuovo codice di procedura penale che ridefinisce la giustizia in Afghanistan, introducendo norme che relegano le donne in una posizione di totale subordinazione. Non solo la reclusione per chi maltratta un cane è più lunga di quella per chi frattura le ossa di una donna, ma il codice legittima pratiche di schiavitù e punizioni fisiche come strumenti legali per il controllo sociale. La comunità internazionale è rimasta silente per settimane, ignorando un decreto che ridefinisce le regole del paese. Ma la risposta alle violazioni dei diritti umani e la lotta delle donne afghane non si fermano.
Afghanistan: un decreto firmato nel silenzio
Il 7 gennaio, senza alcun annuncio pubblico, il leader talebano ha firmato un decreto di 119 articoli che costituisce il nuovo codice penale per i tribunali afghani. Questo nuovo regolamento è stato immediatamente applicato, ma la sua esistenza è stata resa nota solo il 21 gennaio, quando è stato pubblicato sul sito web dell’organizzazione Rawadari in lingua pashtu. Il timing non è casuale: il documento è stato reso pubblico proprio due giorni prima della visita a Kabul di Rosemary DiCarlo, Sottosegretario generale ONU per gli Affari politici. Nonostante la sua visita e le sue discussioni con i talebani su temi come il divieto di istruzione femminile e la discriminazione sul lavoro, il nuovo codice penale non è mai stato menzionato.
Questo silenzio internazionale è assordante, soprattutto considerando il contenuto del regolamento che presenta una chiara e sistematica discriminazione nei confronti delle donne, contraddicendo ogni principio di equità e giustizia universale.
Quando un cane vale più della vita di una donna Afghana
L’articolo 70 del nuovo codice penale stabilisce che chi induce animali a combattere – tra cui cani, cammelli, polli e quaglie – riceve una condanna di cinque mesi di reclusione. Al contrario, l’articolo 32 prevede che se un marito colpisce la moglie con percosse eccessive che provocano fratture o lesioni evidenti, e la donna riesce a dimostrarlo davanti al giudice, l’aggressore riceve solo quindici giorni di carcere. Questo esempio emblematico mostra chiaramente dove risieda la discriminazione: maltrattare un animale vale più che picchiare la propria moglie fino a fratturarle le ossa.
Questa disparità non è casuale. Il nuovo codice talebano non solo riduce le donne a proprietà, ma le considera legalmente inferiori agli animali. La norma criminalizza le donne che lasciano la casa coniugale senza il permesso del marito (Articolo 34), con pene fino a tre mesi di reclusione, indipendentemente dalle ragioni, anche se si scappa da un abuso. Questo non è solo un problema giuridico, ma un’oppressione quotidiana che toglie ogni autonomia alle donne afghane.

La schiavitù è tornata legale nel 2026 in Afghanistan
Uno degli aspetti più sconvolgenti del nuovo codice è l’introduzione esplicita della schiavitù come status legale. L’articolo 15 stabilisce che, nel sistema penale, una persona può essere considerata “libera o schiava“. La definizione legale di schiavitù, purtroppo, è tornata in vigore in Afghanistan come se fosse una norma del passato, accettata senza alcuna remora, violando le convenzioni internazionali sui diritti umani.
La schiavitù non è solo una realtà nascosta, ma una parte integrante del sistema giudiziario talebano, che divide la società in “liberi” e “schiavi” in modo esplicito. Questo codice tradisce non solo i diritti umani, ma anche l’etica islamica moderna, che in genere considera la schiavitù incompatibile con i principi di dignità e uguaglianza. Con questa norma, i talebani hanno creato un sistema di caste in cui la dignità umana è negoziabile.
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Quattro classi, quattro giustizie diverse in Afghanistan
Un altro aspetto inquietante del nuovo codice è la creazione di una giustizia a due pesi e due misure, suddivisa in quattro classi sociali. L’articolo 9 stabilisce che le punizioni per lo stesso crimine dipendano dallo status sociale dell’individuo. Le persone di alto rango (ulema, anziani tribali, mercanti) ricevono avvertimenti o sanzioni leggere, mentre le classi più basse sono condannate a pene fisiche come frustate e percosse.
Le donne, per lo più escluse dalla vita pubblica e ridotte a proprietà del marito, subiscono un trattamento legale che le discrimina sistematicamente. Gli uomini, in particolare quelli ricchi o di alto status, godono di un trattamento privilegiato e di impunità, mentre le donne e i poveri subiscono le conseguenze più dure.

Se sei una donna Afghana, tuo marito è il tuo giudice
Un altro articolo del codice (Articolo 4(5)) concede ai mariti e ai padroni il potere di punire fisicamente le proprie mogli, senza bisogno di un processo legale o di un giudice. La violenza domestica è legalizzata, e l’idea che una donna sia sotto il controllo del marito diventa giuridicamente accettata. La violenza fisica, dunque, diventa un diritto riconosciuto, un atto che può essere eseguito da chiunque, e senza alcuna supervisione.
In questo contesto, le donne in Afghanistan non hanno alcun diritto di difendersi dalla violenza del loro stesso coniuge. Le punizioni fisiche preventive sono anche autorizzate, e un padre può punire il proprio figlio per non aver seguito la religione (Articolo 48), riducendo ulteriormente i margini di libertà personale.
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Il silenzio internazionale e le donne afghane
Nonostante le gravi violazioni contenute nel nuovo codice, il silenzio internazionale persiste. Nessuna grande organizzazione internazionale ha preso misure concrete contro il regime talebano. Le Nazioni Unite non hanno sollevato questioni sul codice penale, e le azioni diplomatica hanno proseguito come se nulla fosse cambiato.
Tuttavia, la resistenza delle donne afghane non si ferma. Attraverso l’associazione Nove-Caring Humans e con il supporto di organizzazioni internazionali, molte donne afghane sono riuscite a fuggire dal paese e ricostruirsi una vita. Queste donne continuano a testimoniare la loro lotta per i diritti umani, e la loro voce non è più silenziata.

Resistenza, speranza e il legame con le madri costituenti italiane
Le donne afghane non sono sole. Come le 21 madri costituenti italiane che hanno combattuto per l’uguaglianza e i diritti delle donne in Italia, anche le donne afghane stanno lottando per proteggere se stesse e il loro diritto di esistere come individui liberi. Le storie di queste donne sono il simbolo della resistenza, un faro che non si spegne nonostante la repressione talebana.
In Italia, attraverso il libro “Donne. Resistenza. Libertà – Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” (Edizioni Paoline), le esperienze di queste donne vengono raccontate e condivise, per mantenere viva l’attenzione internazionale e l’impegno verso un paese dimenticato. Le donne afghane in Italia sono risorse, non solo testimonianze di sofferenza, ma anche di forza e competenza. Il loro contributo alla società è fondamentale e la loro resistenza è un esempio per tutte le donne nel mondo.
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