Giappone

Il Giappone cerca una seconda capitale: Osaka favorita, ecco perché Tokyo potrebbe non bastare

Il Giappone vuole individuare una seconda capitale per garantire la continuità del governo in caso di catastrofe a Tokyo. Osaka è tra le principali candidate

di Naomi Lanciano | Agosto 24, 2026
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Tokyo è il cuore politico, economico e amministrativo del Giappone, una metropoli da oltre 14 milioni di abitanti sulla quale converge una parte enorme delle funzioni strategiche del Paese. Ma cosa accadrebbe se un grande terremoto rendesse improvvisamente impossibile governare dalla capitale? È una domanda con cui il Giappone convive da decenni e che oggi sta portando a una risposta concreta: individuare una “seconda capitale”, pronta a garantire la continuità delle attività governative nel caso in cui Tokyo venisse colpita da una catastrofe naturale o da un’altra grave emergenza.

Il progetto ha compiuto un importante passo avanti con una legge approvata dal Parlamento giapponese il 24 luglio 2026. La scelta definitiva spetterà alla prima ministra Sanae Takaichi, mentre diverse città e prefetture hanno già iniziato a candidarsi. Tra queste spicca Osaka, considerata al momento una delle opzioni più forti, ma la competizione coinvolge anche Nagoya, Fukuoka, Sapporo e territori come Aichi, Hokkaido, Hiroshima e Gunma.

Dietro la scelta non c’è soltanto la necessità di trovare una città alternativa a Tokyo. Il progetto riunisce alcune delle questioni più importanti per il futuro del Paese: la vulnerabilità del territorio ai terremoti, l’enorme concentrazione di popolazione e potere nella capitale e la necessità, discussa da tempo, di distribuire diversamente alcune funzioni strategiche.

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Perché il Giappone vuole una seconda capitale oltre Tokyo

Parlare di seconda capitale non significa immaginare un trasferimento permanente del governo o una città destinata a sostituire Tokyo. Il principio è soprattutto quello della continuità istituzionale: avere un luogo sufficientemente attrezzato per accogliere temporaneamente funzioni amministrative e governative qualora la capitale non fosse più in grado di svolgerle. La necessità appare meno teorica se si guarda alla geografia del Giappone. Il Paese si trova lungo la cosiddetta Cintura di fuoco del Pacifico, una delle aree geologicamente più attive del pianeta, ed è regolarmente interessato da terremoti, tifoni, tsunami e inondazioni.

Il precedente che continua inevitabilmente a pesare è quello dell’11 marzo 2011, quando un terremoto di magnitudo 9,1 e il successivo tsunami devastarono il nord-est del Giappone. Il disastro provocò oltre 20mila morti e causò la gravissima crisi della centrale nucleare di Fukushima. L’epicentro si trovava a circa 370 chilometri da Tokyo: abbastanza lontano da evitare la paralisi della capitale, ma sufficientemente vicino da mostrare quanto possa essere vulnerabile un sistema nel quale molte funzioni essenziali sono concentrate in un’unica area.

A rendere il tema ancora più urgente sono le previsioni sul futuro. Secondo le stime del governo giapponese, esiste circa il 70% di probabilità che un terremoto di magnitudo superiore a 7 colpisca l’area di Tokyo nei prossimi trent’anni. Una prospettiva che rende la continuità delle istituzioni un problema da affrontare prima dell’emergenza e non quando questa si sarà già verificata.

Osaka favorita come seconda capitale del Giappone

Tra le candidature emerse finora, Osaka occupa una posizione particolarmente interessante. Terza città più popolosa del Giappone e storico centro commerciale e industriale, possiede infrastrutture, collegamenti e una dimensione economica tali da poter sostenere il trasferimento temporaneo di importanti funzioni pubbliche.

La città sta promuovendo apertamente la propria candidatura e ha perfino creato una mascotte ufficiale, il gatto sorridente Nyaniwa Fukumaru. Il nome richiama Naniwa, l’antico nome di Osaka, e gioca con il carattere fuku, che significa “fortuna” ma compare anche nel termine giapponese fukushuto, utilizzato per indicare la seconda capitale. Osaka, tuttavia, non è l’unica interessata. Fukuoka, Sapporo e Nagoya sono tra le altre grandi città che puntano al nuovo status, mentre si sono fatte avanti anche diverse prefetture, tra cui Aichi, Hokkaido, Hiroshima e Gunma.

Le amministrazioni stanno cercando di valorizzare caratteristiche differenti. Aichi può contare sul proprio peso economico e industriale, mentre il governatore di Gunma, Ichita Yamamoto, ha insistito soprattutto sulla relativa protezione del territorio dai disastri naturali e sulla vicinanza all’area metropolitana di Tokyo. Quest’ultimo elemento è particolarmente delicato. La futura seconda capitale dovrà trovarsi a una distanza tale da non essere coinvolta nella stessa eventuale catastrofe che dovesse colpire Tokyo, senza però risultare isolata dal resto del Paese o difficilmente raggiungibile.

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I requisiti per diventare la seconda capitale giapponese

I criteri rappresentano ancora uno degli aspetti meno definiti del progetto. La legge stabilisce per ora alcuni principi generali, mentre requisiti più precisi dovrebbero essere individuati dopo ottobre, quando è prevista l’entrata in vigore della nuova normativa.

Tra gli elementi già indicati figurano una popolazione sufficientemente ampia, un livello adeguato di attività economica e una posizione geografica che garantisca una reale alternativa a Tokyo durante un’emergenza. Creare una capitale d’emergenza, però, richiede molto più della disponibilità di edifici nei quali trasferire ministri e funzionari. Sono necessarie infrastrutture digitali ridondanti, reti energetiche resilienti, trasporti efficienti, telecomunicazioni, strutture sanitarie e sistemi di sicurezza capaci di continuare a funzionare mentre un’altra parte del Paese affronta una crisi.

La città o prefettura selezionata potrebbe inoltre beneficiare di investimenti pubblici e incentivi fiscali, ed è anche per questo che l’interesse delle amministrazioni locali è così forte. Lo status potrebbe attirare imprese, lavoratori e nuovi progetti infrastrutturali, con conseguenze economiche destinate a durare ben oltre l’eventuale utilizzo della città durante una catastrofe.

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Tokyo è diventata troppo grande? Il problema della concentrazione

La prevenzione dei disastri è il motivo più immediato del progetto, ma dietro la ricerca di una seconda capitale esiste anche un’altra questione: Tokyo concentra una parte enorme della vita politica ed economica giapponese. Nel 1960 la città contava circa 9,6 milioni di abitanti; nel 2025 la popolazione era arrivata a 14,2 milioni. Il peso della capitale, inoltre, non può essere misurato soltanto attraverso il numero dei residenti. Tokyo ospita il governo, le principali istituzioni nazionali, le sedi di moltissime grandi aziende, università, media e infrastrutture finanziarie.

Una concentrazione particolarmente significativa in un Paese che, contemporaneamente, deve affrontare lo spopolamento di numerose aree periferiche e una profonda crisi demografica. La presenza di un secondo polo istituzionale potrebbe quindi contribuire anche a riequilibrare parzialmente lo sviluppo nazionale, favorendo occupazione, investimenti e infrastrutture al di fuori della capitale.

Gli effetti, in questo senso, potrebbero essere visibili anche senza attendere un’emergenza. La città selezionata potrebbe progressivamente acquisire nuove strutture e funzioni amministrative, assumendo un peso maggiore nell’organizzazione del Paese e riducendo almeno in parte la dipendenza da Tokyo.

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Seconda capitale del Giappone, perché il progetto divide la politica

Le possibili conseguenze economiche e amministrative hanno inevitabilmente aperto anche un confronto politico. Una parte dell’opposizione sostiene che i criteri stabiliti finora siano troppo vaghi e teme che nella scelta possano pesare anche gli equilibri tra i partiti.

Il caso più discusso riguarda proprio Osaka. La città è governata dal Partito dell’Innovazione del Giappone (JIP), alleato della coalizione guidata dal Partito Liberal Democratico della prima ministra Takaichi. Il JIP sostiene da anni la necessità di decentralizzare alcune funzioni nazionali verso Osaka e, secondo i critici, la nuova legge potrebbe finire per favorire un progetto politico già sostenuto dall’alleato di governo.

La scelta dovrà quindi essere accompagnata da criteri sufficientemente chiari da dimostrare che la decisione risponde innanzitutto a esigenze di sicurezza nazionale. Tra gli elementi da valutare ci saranno la distanza da Tokyo, la vulnerabilità ai disastri naturali, la capacità infrastrutturale, i collegamenti e la possibilità di mantenere operativa la macchina dello Stato durante una crisi.

Seconda capitale del Giappone: cosa cambierebbe per Tokyo

La futura seconda capitale difficilmente diventerà una concorrente di Tokyo nel senso tradizionale del termine. Tokyo continuerà a essere il centro istituzionale del Giappone e una delle più importanti metropoli mondiali. L’obiettivo è piuttosto creare una rete di sicurezza nazionale capace di entrare in funzione quando la capitale non fosse temporaneamente in grado di farlo.

Per decenni il Giappone ha investito nella capacità degli edifici di resistere ai terremoti, nei sistemi di allerta e nelle procedure di evacuazione. Il progetto della seconda capitale applica lo stesso principio a una dimensione diversa: non rendere resiliente soltanto una costruzione o un’infrastruttura, ma la macchina stessa dello Stato. La città scelta potrebbe così diventare un importante laboratorio di resilienza urbana e decentralizzazione istituzionale. La decisione avrà conseguenze che andranno ben oltre la gestione delle emergenze: investimenti, infrastrutture e nuove funzioni pubbliche potrebbero modificare gli equilibri tra Tokyo e il resto del Paese.

Per il Giappone, abituato da decenni a convivere con il rischio sismico, individuare una seconda capitale significa quindi prepararsi alla possibilità che, un giorno, non basti mettere in sicurezza gli edifici: potrebbe essere necessario garantire la continuità dello Stato anche senza Tokyo.

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