Scienza e cervello

Multilinguismo: parlare più lingue può ringiovanire il cervello fino a 13 anni

Un nuovo studio presentato al FENS Forum 2026 mostra come conoscere più lingue sia associato a un invecchiamento cerebrale più lento. I benefici dipendono dal numero di idiomi conosciuti, dall’età di apprendimento e dal livello di competenza

di Redazione di The Outline | Agosto 11, 2026
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Per anni la ricerca neuroscientifica ha cercato di capire come preservare le capacità cognitive nel corso della vita. Tra le strategie più efficaci sembra emergere un’attività quotidiana spesso considerata solo una competenza culturale: imparare e utilizzare più lingue. Secondo un nuovo studio, il multilinguismo potrebbe essere associato a un cervello biologicamente più giovane, con differenze che arrivano fino a tredici anni rispetto all’età anagrafica.

La ricerca, presentata a Barcellona durante il FENS Forum 2026 (Federation of European Neuroscience Societies), ha analizzato il rapporto tra conoscenza linguistica e invecchiamento cerebrale, suggerendo che parlare più idiomi non rappresenti soltanto un vantaggio comunicativo, ma anche un possibile strumento di protezione cognitiva.

Parlare più lingue rallenta l’invecchiamento cerebrale

Lo studio ha coinvolto quasi 900 persone provenienti dai Paesi Baschi, una regione caratterizzata da un forte bilinguismo storico, dove convivono lingue come spagnolo, basco, francese e inglese. I ricercatori hanno confrontato l’età biologica del cervello dei partecipanti con la loro età reale, osservando differenze significative tra chi parlava una sola lingua e chi aveva sviluppato competenze multilingue.

I risultati mostrano una relazione tra il numero di lingue conosciute e il rallentamento dell’invecchiamento cerebrale. Chi parlava due lingue presentava un cervello mediamente più giovane di circa sei anni rispetto alla propria età anagrafica. Il vantaggio aumentava tra chi conosceva più idiomi: tre lingue erano associate a una differenza di circa sette anni, mentre chi ne parlava quattro mostrava un cervello biologicamente più giovane di tredici anni. Secondo gli studiosi, il fenomeno potrebbe essere legato al continuo allenamento richiesto dal passaggio da una lingua all’altra. Il cervello multilingue deve infatti selezionare costantemente le informazioni corrette, inibire quelle non necessarie e adattarsi a sistemi linguistici differenti.

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Non conta solo quante lingue conosci, ma come le impari

La ricerca evidenzia però che il numero di lingue non è l’unico elemento determinante. A influire sarebbe anche il livello di padronanza raggiunto e l’età in cui una seconda lingua viene acquisita. «Una maggiore competenza linguistica e un’acquisizione più precoce della seconda lingua sono state associate a un invecchiamento cerebrale più ritardato», ha spiegato Lucia Amoruso, ricercatrice che ha presentato lo studio durante il congresso.

Questo non significa che imparare una lingua da adulti sia inutile. Sebbene l’apprendimento durante l’infanzia sembri produrre gli effetti più evidenti, anche iniziare più avanti negli anni può rappresentare un importante stimolo cognitivo. L’apprendimento linguistico richiede infatti memoria, attenzione, capacità di problem solving e flessibilità mentale: tutte funzioni fondamentali per mantenere attivo il cervello. Gli autori dello studio sottolineano comunque la necessità di ulteriori ricerche. Non è possibile escludere completamente l’influenza di altri fattori, come lo stile di vita, il livello di istruzione o le relazioni sociali, che possono contribuire alla salute cerebrale.

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Il multilinguismo nell’era dell’intelligenza artificiale

La diffusione dell’intelligenza artificiale e degli strumenti di traduzione automatica ha cambiato il modo in cui comunichiamo. Oggi applicazioni e software permettono di tradurre rapidamente testi e conversazioni in tempo reale, rendendo apparentemente meno indispensabile conoscere una lingua straniera.

Tuttavia, la tecnologia non sostituisce completamente la complessità della comunicazione umana. Una traduzione automatica può trasferire il significato letterale di una frase, ma difficilmente riesce a cogliere fino in fondo ironia, contesto culturale, emozioni e sfumature sociali. Conoscere una lingua significa infatti accedere a un diverso modo di interpretare il mondo. Il linguaggio non è soltanto un insieme di parole, ma un sistema culturale che influenza il modo in cui pensiamo, interagiamo e costruiamo relazioni. In un contesto internazionale sempre più interconnesso, il multilinguismo continua quindi a rappresentare una competenza strategica, sia dal punto di vista personale sia professionale.

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Dal cervello al lavoro: perché essere poliglotti è ancora un vantaggio

Oltre agli effetti sulla salute cognitiva, parlare più lingue offre vantaggi concreti anche nel mercato del lavoro. Le aziende operano sempre più spesso su scala globale e cercano persone capaci di comunicare con interlocutori provenienti da contesti diversi. Settori come diplomazia, commercio internazionale, turismo, comunicazione e tecnologia richiedono competenze linguistiche avanzate. Secondo diverse analisi sul mercato del lavoro, chi possiede una conoscenza approfondita di più lingue può avere maggiori possibilità di carriera e accesso a opportunità internazionali.

Il multilinguismo assume un valore particolare anche nei settori emergenti legati all’intelligenza artificiale, come la linguistica computazionale, che combina conoscenze linguistiche e tecnologiche per sviluppare sistemi di traduzione, assistenti vocali e modelli di elaborazione del linguaggio.

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Imparare una lingua come investimento per il futuro del cervello

La ricerca sul multilinguismo suggerisce che imparare una lingua non sia soltanto un esercizio scolastico o una competenza utile per viaggiare. È un’attività complessa che coinvolge numerose aree del cervello e che potrebbe contribuire a mantenere più a lungo alcune capacità cognitive. Gli studi sul bilinguismo hanno già evidenziato possibili effetti positivi sulla memoria e sulle funzioni esecutive, oltre a un potenziale ruolo nel ritardare alcuni sintomi associati al declino cognitivo. Il nuovo studio presentato al FENS Forum aggiunge un ulteriore elemento al dibattito, misurando per la prima volta questi benefici in termini di “anni cerebrali”.

In un mondo in cui l’intelligenza artificiale rende sempre più semplice tradurre, conoscere più lingue potrebbe quindi diventare ancora più prezioso: non per comunicare soltanto, ma per mantenere il cervello attivo, allenato e aperto alla complessità del mondo.