Lavoro sospeso

Ex ILVA, la fabbrica invisibile che rischia di spegnersi con Taranto

La possibile chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA mette a rischio non solo i dipendenti diretti, ma migliaia di lavoratori dell’indotto di Taranto

di Redazione di The Outline | Settembre 22, 2026
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A Taranto la crisi dell’ex ILVA non comincia davanti agli altiforni. Comincia qualche chilometro prima, davanti a un ingresso secondario dello stabilimento, quello utilizzato ogni mattina da migliaia di persone che lavorano dentro la fabbrica senza essere dipendenti diretti delle Acciaierie d’Italia. È forse da qui che bisogna osservare quello che sta accadendo per comprenderne davvero le dimensioni. Perché dietro le grandi parole che accompagnano da anni la vicenda – riconversione, decarbonizzazione, amministrazione straordinaria, vendita – esiste una comunità di lavoratori molto più difficile da vedere. È l’indotto dell’ex ILVA, una seconda fabbrica cresciuta intorno alla prima e oggi esposta quasi completamente alle conseguenze della sua crisi.

Ex ILVA Taranto, chi sono i lavoratori dell’indotto

Dall’ingresso riservato alle imprese passano manutentori, carpentieri, meccanici, elettricisti, addetti alle pulizie, personale delle mense, autisti, vigilanti e dipendenti delle aziende che negli anni hanno ricevuto in appalto una parte delle attività necessarie a tenere in funzione uno stabilimento grande quanto una porzione di città. Ci sono poi i cosiddetti «cartellinanti», lavoratori con contratti a termine e badge temporanei, e un universo ancora più frammentato fatto di subappalti, ditte individuali e partite IVA. È una geografia del lavoro che difficilmente entra tutta nelle statistiche, ma che diventa evidente ogni mattina quando migliaia di persone attraversano quei tornelli.

Il dato aiuta a capire le proporzioni. Nello stabilimento lavorano circa 8mila dipendenti diretti, mentre nell’indotto le persone coinvolte sono almeno 5mila considerando soltanto le imprese rappresentate dalle principali associazioni di categoria. Il numero reale è più alto se si aggiungono subappalti, lavoratori temporanei e autonomi. In alcuni reparti la sovrapposizione è quasi perfetta: accanto ai dipendenti interni lavorano squadre provenienti da società esterne che svolgono manutenzione ferroviaria, meccanica, servizi e trasporti. Due mondi diversi sulla carta, molto meno nella quotidianità della fabbrica.

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Chiusura ex ILVA, perché il 28 ottobre è diventato uno spartiacque

La data intorno alla quale ruota tutto è il 28 ottobre 2026. La Corte d’Appello di Milano ha confermato lo stop dell’area a caldo entro quella data, respingendo la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e dall’ex ILVA in amministrazione straordinaria. Al centro del provvedimento ci sono le condizioni ambientali e sanitarie dello stabilimento e gli interventi necessari prima di poter proseguire le attività.

Il 20 ottobre, pochi giorni prima della scadenza, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione discuteranno i ricorsi presentati contro il provvedimento. Nel frattempo, però, la macchina industriale ha già iniziato a rallentare. L’altoforno 2 è l’unico ancora operativo e il progressivo spegnimento dell’area a caldo rappresenta molto più della chiusura di un reparto: significa interrompere il punto in cui le materie prime vengono trasformate nell’acciaio destinato alle lavorazioni successive.

In teoria potrebbe rimanere una produzione basata sull’importazione di semilavorati da lavorare a freddo. Nella pratica, la prospettiva è molto più complessa. I legali delle società hanno sostenuto nel ricorso che l’interruzione dell’area a caldo potrebbe provocare conseguenze irreversibili sull’intero assetto produttivo. È proprio questa incertezza a essersi trasferita rapidamente alle aziende esterne, che dipendono dagli ordini dello stabilimento per una parte decisiva del proprio fatturato.

Indotto ex ILVA, i 2.500 posti di lavoro diventati il primo allarme

All’inizio di settembre 28 imprese dell’indotto associate ad AIGI hanno avviato procedure di licenziamento collettivo che coinvolgono oltre 2.500 lavoratori. L’annuncio ha portato alle proteste dei sindacati e degli operai, con scioperi, cortei e blocchi stradali a Taranto. Le procedure sono state successivamente sospese o congelate da alcune associazioni in attesa dell’evoluzione giudiziaria e del confronto con il governo, ma il problema occupazionale non è scomparso.

Anzi, alcuni dei suoi effetti sono già visibili. Il 22 settembre i lavoratori di Semat Engineering, azienda dell’indotto con 213 dipendenti, hanno proseguito la mobilitazione per il mancato pagamento degli stipendi e della cassa integrazione. Sessantadue persone risultano ancora impiegate, mentre le altre sono state collocate in cassa integrazione. È un episodio specifico, ma racconta quanto la crisi industriale stia rapidamente diventando una questione di reddito quotidiano per le famiglie coinvolte.

La differenza tra essere assunti direttamente dalla grande fabbrica oppure lavorare per una società esterna, in questa fase, pesa moltissimo. Per una parte dei dipendenti delle imprese in appalto sono previsti ammortizzatori sociali, mentre le posizioni più fragili – contratti temporanei, subappalti e alcune forme di lavoro autonomo – rischiano di trovarsi con protezioni molto più limitate. È qui che l’espressione «indotto» smette di sembrare una categoria economica e torna a indicare semplicemente delle persone.

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Ex ILVA e Taranto, quando una fabbrica diventa un ecosistema

Le Acciaierie d’Italia occupano circa 15 chilometri quadrati. All’interno ci sono chilometri di ferrovie, strade, nastri trasportatori, moli portuali, officine e infrastrutture. Ma i confini economici della fabbrica sono molto più larghi del suo perimetro fisico.

Lo si comprende osservando ciò che accade fuori dalla portineria delle imprese nelle prime ore del mattino. Per poco più di un’ora compaiono venditori ambulanti, un camioncino della frutta, un pescivendolo, bancarelle con abbigliamento da lavoro, zaini e occhiali da saldatore. Quando l’ultimo turno entra nello stabilimento, il piccolo mercato scompare. È l’indotto dell’indotto, quello che difficilmente compare nei tavoli istituzionali e che tuttavia dipende dalla stessa catena economica.

È probabilmente questa l’immagine che restituisce meglio la dimensione della vicenda. Una grande industria non coincide mai soltanto con chi compare nella sua busta paga. Intorno si formano servizi, aziende, professionalità, abitudini e piccoli commerci. Quando la produzione rallenta, il movimento si propaga verso l’esterno, cerchio dopo cerchio.

Ex ILVA, quindici anni di crisi arrivano al loro passaggio più delicato

Nel 2025 lo stabilimento ha prodotto circa 1,8 milioni di tonnellate di acciaio, contro livelli che quindici anni prima arrivavano intorno ai 10 milioni. Il ridimensionamento racconta una crisi che non è nata nelle ultime settimane. Taranto convive da anni con sequestri, commissariamenti, interventi pubblici, cambi di gestione, tentativi di vendita e con il conflitto tra continuità industriale, tutela dell’occupazione e diritto alla salute.

Proprio per questo il prossimo passaggio non riguarda soltanto il destino di un altoforno. Il provvedimento della Corte d’Appello ha stabilito lo stop dell’area a caldo e il 20 ottobre la Cassazione esaminerà i ricorsi. Nel frattempo, le imprese dell’indotto aspettano e molti lavoratori fanno lo stesso, sospesi tra cassa integrazione, possibili ricollocazioni e procedure di licenziamento per ora congelate.

Dentro lo stabilimento, spegnere un altoforno richiede settimane. La quantità di materiale immessa viene progressivamente ridotta finché la struttura si raffredda. Riaccenderla, eventualmente, è un’operazione ancora più lunga e complessa. Fuori dalla fabbrica il meccanismo è diverso, ma l’immagine resta sorprendentemente simile: anche un sistema economico può spegnersi poco alla volta.

Prima diminuiscono gli ordini, poi si riducono i turni. Arriva la cassa integrazione, i contratti temporanei non vengono rinnovati, le imprese cercano altri committenti e chi può prova a essere ricollocato. Infine restano le persone che ogni mattina continuano a presentarsi davanti alla stessa portineria senza sapere per quanto tempo potranno ancora attraversarla.

Ed è forse qui che la vicenda dell’ex ILVA assume una dimensione diversa. La fabbrica non finisce ai suoi cancelli. Continua nelle officine esterne, nei camion, nelle mense, nelle imprese di manutenzione e perfino nelle bancarelle che all’alba aspettano il cambio turno. Se quella fabbrica si fermerà, sarà necessario capire non soltanto che cosa succederà all’acciaio italiano, ma che cosa resterà di tutto il mondo che per decenni ha vissuto intorno a quel fuoco.

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