
Per mesi lo Yemen è rimasto sullo sfondo delle grandi crisi del Medio Oriente. Gli Houthi, però, non hanno mai smesso di essere uno degli attori più importanti della regione. Ora la guerra interna torna a intensificarsi: nel sud-ovest del Paese, gli scontri tra le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita e i ribelli appoggiati dall’Iran hanno provocato oltre 140 morti in poco più di ventiquattro ore.
Il bilancio, ancora provvisorio, arriva da fonti militari appartenenti ai due schieramenti; secondo due ufficiali delle forze governative, 84 soldati sono stati uccisi, soprattutto in seguito ad attacchi missilistici. Fonti vicine agli Houthi parlano invece di 57 combattenti ribelli morti negli stessi combattimenti. Il numero delle vittime è quindi difficile da verificare in maniera indipendente e potrebbe continuare a cambiare. Quello che appare evidente, però, è il ritorno di un’intensità militare che nello Yemen non si vedeva da tempo.
Cosa sta succedendo nello Yemen
Gli scontri si concentrano soprattutto nell’area di Taiz e lungo la costa occidentale del Paese, vicino al Mar Rosso. Gli Houthi hanno lanciato un’offensiva terrestre accompagnata da missili e droni, mentre le forze governative hanno risposto con artiglieria e attacchi contro le posizioni dei ribelli. Il fronte di al-Barah, a ovest di Taiz, è tra quelli maggiormente interessati dai combattimenti. Secondo fonti militari, nelle ultime ore sono stati colpiti anche alcuni punti strategici sulle alture che dominano le aree controllate dal governo.
La zona non è importante soltanto per il controllo del territorio: più a ovest si trovano il porto di Hodeidah e le aree che conducono verso lo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo. Gli Houthi controllano già Hodeidah, mentre non hanno il controllo diretto delle coste dello stretto. Il rischio, però, è che la conquista di nuove posizioni nell’area permetta loro di aumentare la pressione sulle rotte commerciali che attraversano il Mar Rosso.

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Perché il Mar Rosso conta così tanto
Per capire perché gli scontri nello Yemen interessano anche Paesi molto lontani bisogna guardare alla geografia. Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il canale di Suez, al Mediterraneo. È quindi uno dei corridoi attraverso cui passa una parte significativa del commercio internazionale.
Negli ultimi anni gli Houthi hanno trasformato questo spazio in uno dei principali fronti della crisi mediorientale. Il gruppo, che controlla gran parte del nord e dell’ovest dello Yemen, ha condotto attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, sostenendo di agire in risposta alla guerra tra Israele e Hamas. Questa strategia ha avuto conseguenze ben oltre lo Yemen; molte compagnie di navigazione hanno scelto di evitare il Mar Rosso e di circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con viaggi più lunghi e costi maggiori.
Per questo una nuova offensiva terrestre non riguarda soltanto la guerra civile yemenita. Se gli Houthi riuscissero a consolidare ulteriormente le proprie posizioni sulla costa, il rischio sarebbe quello di riaprire uno dei fronti più delicati della sicurezza marittima internazionale.

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Una guerra che non è mai davvero finita
La guerra nello Yemen è iniziata nel 2014, quando gli Houthi conquistarono Sana’a, costringendo il governo a fuggire. L’anno successivo una coalizione guidata dall’Arabia Saudita intervenne militarmente a sostegno delle forze governative. Da allora il conflitto ha attraversato diverse fasi. La tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022 aveva ridotto sensibilmente i combattimenti e lasciato intravedere la possibilità di un accordo politico.
La tregua è formalmente terminata, ma per un periodo la violenza sul terreno è rimasta molto più contenuta rispetto agli anni precedenti. Nel frattempo, però, lo Yemen è stato coinvolto sempre più direttamente nelle tensioni regionali. Gli Houthi hanno costruito una posizione autonoma all’interno dell’asse sostenuto dall’Iran e hanno sfruttato la propria capacità missilistica e dronica per aumentare il peso politico e militare del movimento. La nuova escalation rischia quindi di interrompere quel fragile equilibrio.

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A pagare sono ancora una volta i civili
Mentre le forze armate si contendono le posizioni strategiche, la popolazione yemenita si trova davanti a una crisi che dura da più di dieci anni. I combattimenti hanno già provocato nuovi spostamenti di popolazione nelle aree occidentali del Paese. Centinaia di persone hanno lasciato le proprie case nei distretti di Hays, al-Jarahi e Jabal Ras, mentre altre famiglie stanno cercando di raggiungere zone più sicure nei pressi di Taiz.
Il problema è che nello Yemen non esistono quasi più luoghi davvero sicuri per chi fugge dalla guerra. Milioni di persone sono già sfollate all’interno del Paese e molte strutture che dovrebbero accoglierle funzionano con risorse insufficienti. Una nuova ondata di combattimenti rischia quindi di trasformare gli sfollati di oggi in una nuova emergenza per i sistemi umanitari già al limite.
E alla guerra si aggiunge la fame. Una parte enorme della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare e il sistema sanitario continua a essere gravemente compromesso.

L’allarme delle Nazioni Unite
Le Nazioni Unite hanno avvertito del rischio che lo Yemen possa tornare verso un conflitto aperto su larga scala. L’inviato speciale dell’Onu per il Paese, Hans Grundberg, ha segnalato che la situazione rappresenta uno dei momenti più pericolosi dalla tregua del 2022. La richiesta della comunità internazionale resta quella di fermare l’escalation e riportare le parti al tavolo dei negoziati.
È una prospettiva sempre più difficile, perché lo Yemen non è più soltanto il teatro di una guerra civile. Il conflitto interno si è intrecciato con la competizione tra Iran e Arabia Saudita, con la guerra a Gaza e con la sicurezza delle rotte commerciali nel Mar Rosso. Ogni nuovo combattimento può quindi produrre conseguenze che vanno ben oltre le montagne e le città dello Yemen.
Ed è proprio questo il rischio della nuova escalation: non soltanto un altro capitolo di una guerra che dura da oltre dieci anni, ma la possibilità che uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del Medio Oriente torni a saldarsi con le altre crisi della regione.













