Crisi energetica

Stretto di Hormuz, le esportazioni di petrolio tornano vicine ai livelli pre-guerra: il blocco iraniano perde efficacia

Le esportazioni petrolifere nel Golfo tornano vicine ai livelli pre-guerra grazie alle rotte alternative e al sostegno statunitense, mentre l’Iran affronta una crescente pressione economica

di Redazione di The Outline | Settembre 29, 2026
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La geografia del petrolio sta cambiando ancora una volta gli equilibri della guerra in Medio Oriente. Dopo mesi di restrizioni, attacchi e difficoltà nei collegamenti marittimi, le esportazioni di greggio attraverso lo stretto di Hormuz e le rotte alternative stanno recuperando terreno, avvicinandosi ai livelli precedenti al conflitto iniziato a fine febbraio. Un’evoluzione che ridimensiona l’efficacia del blocco imposto dall’Iran e restituisce ai principali produttori del Golfo una parte della capacità di esportazione perduta.

Secondo i dati raccolti dagli operatori del settore, settembre ha segnato il risultato più alto dall’inizio della guerra, con flussi petroliferi tornati attorno all’80 per cento dei volumi prebellici. Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti stanno esportando complessivamente quasi 13 milioni di barili al giorno, contro i circa 19 milioni che transitavano nella regione prima delle ostilità. Il recupero non equivale a un ritorno alla normalità, ma mostra come il controllo iraniano di uno dei passaggi energetici più importanti del mondo sia diventato progressivamente meno efficace.

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Stretto di Hormuz: perché il blocco iraniano non riesce più a fermare le petroliere

Fin dall’inizio della guerra, lo stretto di Hormuz ha rappresentato uno degli strumenti principali attraverso cui Teheran ha cercato di esercitare pressione sugli Stati Uniti e sui paesi vicini. La sua posizione geografica, tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, lo rende un passaggio fondamentale per il commercio internazionale di energia. Limitare la navigazione significava quindi colpire non soltanto le economie regionali, ma anche le catene di approvvigionamento globali, trasformando il controllo delle rotte petrolifere in una leva negoziale.

Negli ultimi mesi, tuttavia, le condizioni operative sono cambiate. Le petroliere hanno sviluppato modalità di navigazione più efficaci per attraversare l’area, anche grazie al coordinamento con le forze statunitensi. Dopo le operazioni di sminamento condotte durante l’estate, la Marina americana ha individuato corridoi considerati relativamente sicuri, lungo i quali le imbarcazioni possono transitare sotto scorta navale e con il supporto dell’aviazione. La protezione militare dei convogli ha contribuito a ridurre la capacità iraniana di interrompere sistematicamente i collegamenti.

Accanto ai passaggi protetti, alcune navi ricorrono a strategie meno visibili, come lo spegnimento del transponder, il dispositivo utilizzato per trasmettere informazioni sulla posizione e sull’identità dell’imbarcazione. Una pratica che rende più difficile seguirne gli spostamenti attraverso i sistemi di monitoraggio commerciale, pur comportando rischi per la sicurezza della navigazione. La combinazione di queste soluzioni ha reso il blocco più poroso, consentendo una ripresa dei flussi che fino a pochi mesi fa appariva complessa.

Petrolio e Arabia Saudita: la riapertura dell’oleodotto Est-Ovest cambia le rotte energetiche

Un ruolo importante nella ripresa delle esportazioni è stato svolto anche dalle infrastrutture terrestri. L’Arabia Saudita ha riattivato l’oleodotto Est-Ovest, una delle principali alternative allo stretto di Hormuz, dopo l’interruzione provocata dall’attacco con droni dell’11 settembre. La riapertura, confermata il 22 settembre dall’agenzia di stampa Reuters da fonti rimaste anonime, ha permesso di riprendere il trasferimento del greggio verso il porto di Yanbu, sul mar Rosso, sebbene con una capacità ancora inferiore a quella ordinaria.

L’infrastruttura attraversa la penisola arabica per circa 1.200 chilometri, collegando la regione petrolifera di Abqaiq alla costa occidentale saudita. In condizioni di piena operatività può trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno, offrendo al regno una possibilità di esportazione che non dipende direttamente dal passaggio attraverso Hormuz. La sua funzione strategica è diventata ancora più evidente durante la guerra, quando l’accesso alle tradizionali rotte marittime è stato compromesso dalle restrizioni iraniane.

L’attacco di settembre, attribuito a milizie filoiraniane attive in Iraq, aveva danneggiato alcune strutture e costretto le autorità saudite a sospendere le operazioni. La ripartenza è avvenuta gradualmente, con il rifornimento di una prima petroliera già nella serata del 22 settembre. Per recuperare la piena funzionalità sarebbero necessarie circa sei settimane, ma anche una portata ridotta contribuisce a sostenere le esportazioni verso Europa e Asia. Dopo la notizia della riapertura, il prezzo del petrolio era sceso a 97 dollari al barile, raggiungendo il livello più basso dall’8 settembre.

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Iran e petrolio: il blocco navale americano aggrava la crisi economica di Teheran

La ripresa delle esportazioni dei paesi del Golfo contrasta con le difficoltà incontrate dall’Iran, che continua a subire gli effetti del blocco navale statunitense ripristinato a luglio. Prima del conflitto, circa l’80 per cento delle esportazioni iraniane viaggiava via mare, rendendo il paese particolarmente dipendente dalla navigazione commerciale. Il petrolio rappresenta una delle principali fonti di entrate per Teheran, e la riduzione delle vendite internazionali sta aggravando una crisi economica già presente prima dell’inizio delle ostilità.

Secondo le valutazioni dell’amministrazione americana, il greggio iraniano attualmente in mare ammonterebbe a non più di 15 milioni di barili, circa la metà dei carichi disponibili all’inizio di settembre. Le consegne residue, destinate principalmente alla Cina, potrebbero esaurirsi entro la prima metà di ottobre. Si tratta di stime statunitensi, ma il quadro evidenzia una crescente difficoltà nel mantenere i tradizionali canali commerciali, mentre le alternative terrestri non sembrano sufficienti a compensare le restrizioni marittime.

Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb: il rischio di nuove tensioni nel Mar Rosso

La riduzione dell’efficacia del blocco iraniano apre un ulteriore interrogativo sull’evoluzione del conflitto. Secondo alcuni analisti, Teheran potrebbe cercare di recuperare capacità negoziale attraverso un ampliamento delle operazioni militari, aumentando la pressione sulle infrastrutture energetiche e sulle rotte commerciali regionali. La vulnerabilità dei collegamenti petroliferi rimane infatti uno degli elementi centrali della crisi, anche in presenza di un recupero dei volumi esportati.

In questo contesto si inserisce la recente avanzata degli Houthi in Yemen. Il gruppo, alleato dell’Iran, sostiene di aver assunto il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano. Le restrizioni dichiarate riguarderebbero per il momento le navi saudite, ma la posizione geografica dello stretto conferisce alla vicenda una rilevanza internazionale. Un’eventuale estensione delle interdizioni potrebbe complicare anche le rotte alternative a Hormuz, comprese quelle utilizzate dall’Arabia Saudita attraverso il porto di Yanbu.

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Stati Uniti e Iran: i negoziati sullo stretto di Hormuz restano in stallo

Sul piano diplomatico, il recupero delle esportazioni non si è tradotto in un avvicinamento delle posizioni tra Washington e Teheran. A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si sono svolti nuovi contatti tra rappresentanti dei due paesi. Gli incontri hanno riaperto un canale di comunicazione dopo mesi di tensioni, senza tuttavia produrre un’intesa sulle condizioni necessarie per interrompere le ostilità e ripristinare la navigazione commerciale.

L’Iran ha presentato una proposta che prevedeva la riapertura dello stretto di Hormuz entro sette giorni, subordinandola all’interruzione dell’embargo e del blocco navale americano. Donald Trump ha respinto la proposta, mentre Teheran ha dichiarato di essere ancora in attesa di una risposta ufficiale. La distanza tra le parti resta significativa, soprattutto per quanto riguarda le condizioni richieste dagli Stati Uniti sul programma nucleare iraniano e gli impegni che dovrebbero accompagnare un eventuale accordo.

Domenica 27 settembre, il presidente americano ha prospettato la possibilità di nuovi colloqui nel corso della settimana, ma tra i funzionari di entrambi i paesi prevale lo scetticismo sulla possibilità di raggiungere progressi concreti prima delle elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre. La riapertura dello stretto è diventata parte di una trattativa molto più ampia, nella quale sicurezza regionale, sanzioni economiche e interessi energetici risultano strettamente collegati.

Esportazioni di petrolio: il recupero dei flussi non significa la fine della crisi

Il ritorno delle esportazioni petrolifere verso i livelli precedenti alla guerra rappresenta un cambiamento importante per gli equilibri energetici del Medio Oriente, ma non coincide con una stabilizzazione della regione. Le infrastrutture continuano a essere esposte agli attacchi, la navigazione dipende in parte dalla protezione militare e le rotte alternative operano ancora con limitazioni significative. Il recupero dei volumi dimostra la capacità di adattamento del sistema energetico, senza eliminare le condizioni di instabilità che hanno provocato la crisi.

La vicenda dello stretto di Hormuz evidenzia soprattutto quanto il controllo delle infrastrutture e dei collegamenti commerciali sia diventato centrale nella guerra. Mentre i produttori del Golfo cercano di ricostruire i propri canali di esportazione, l’Iran affronta una pressione economica crescente e gli Stati Uniti mantengono il blocco sulle sue attività marittime. Il petrolio continua così a essere insieme una risorsa economica e uno strumento di pressione diplomatica, in un conflitto nel quale la ripresa degli scambi commerciali non ha ancora trovato una corrispondente soluzione politica.